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Il cane che ha fermato la ruspa a Volterra
Il telefono squillò alle sette meno un quarto, e Carlo Bettinelli sapeva già, dal numero sul display, che qualcosa era andato storto. Era Renzo, il capocantiere, e disse solo una parola, prima di tutto il resto.
«Il cane.»
«Che cane, Renzo? Dovevate buttare giù la stalla.»
«Appunto. C'è un cane. Rossiccio, taglia media, non ci lascia passare. Ringhia, sta sulla porta. Non si può lavorare, Carlo.»
«Siete quattro uomini con la mazza e il piccone.»
«Non se ne va. Abbiamo urlato, tirato un bastone, battuto i piedi per terra. Si allontana cinque metri e torna. Si sdraia sulla soglia e basta.»
Carlo si tirò su dal letto e si passò le mani sul viso. Fuori, l'aria di fine aprile portava ancora un'umidità che non voleva mollare la presa sulla terra. Aveva comprato quel podere vicino a Volterra a febbraio: la casa era solida, muri buoni, tetto da rifare ma recuperabile. La stalla invece sporgeva sul fondo come un dente marcio — tegole sfondate, legno annerito, un odore di muschio bagnato che si sentiva anche a venti metri. La demolizione era fissata per sabato. Operai, cassone per le macerie, tutto pagato in anticipo. E adesso un cane.
Si vestì, versò il caffè nel thermos da viaggio e salì in macchina. Bevve un sorso, si scottò la lingua e questo lo mise di ancora peggior umore. Cani randagi nella zona ne girava parecchi, soprattutto attorno ai cassonetti dietro il discount sulla provinciale. Ma che una bestiola riuscisse a fermare quattro operai robusti gli sembrava assurdo.
Quando fu quasi arrivato richiamò. «Non muovetevi, arrivo e sistemo tutto.»
«Non ci muoviamo. Fumiamo una sigaretta. Il cane è lì. Situazione stabile.»
Quell'ultima frase, detta con una calma quasi offensiva, fece stringere le mani di Carlo sul volante.
Nel podere c'era un silenzio strano. La mazza giaceva nell'erba, il piccone appoggiato al muretto. Renzo era seduto su un secchio rovesciato, la sigaretta riparata nel palmo dal vento. Altri due operai mangiavano panini dentro il furgone, come se fossero pagati per aspettare.
«Eccola lì.»
Sulla soglia della stalla, distesa, c'era una cagnetta rossiccia. Né grande né piccola. Un occhio leggermente chiuso, forse per una botta vecchia, forse di nascita. Il pelo arruffato a chiazze, le costole in vista sui fianchi. Non abbaiava. Stava ferma, il muso appoggiato sulle zampe.
«Avete provato dal retro? Dove il muro è marcio, con il piccone si passa…»
«Provato. Gira, e si piazza esattamente dove tentiamo di entrare.»
Il caffè, ormai freddo, aveva un gusto amaro. Carlo lo finì, posò il thermos sul muretto e si avvicinò alla stalla. A ogni passo l'aria cambiava: prima terra ed erba, poi legno umido, muffa. E qualcosa di più, debole, che non riusciva a identificare.
La cagna alzò la testa. Non ringhiò subito. Si tirò in piedi, tutto il corpo in tensione. Il pelo sulla schiena si alzò lentamente, la coda si mosse nervosa.
«Via!» Carlo batté il piede, forte. Lei arretrò di mezzo passo. Si fermò. E tornò, piazzandosi di nuovo tra l'anta e lo stipite.
Non mostrava i denti. Guardava.
Si abbassò sulle ginocchia, per stare alla sua altezza. Un metro e mezzo tra loro. Occhi scuri, lucidi, quello malato appena arrossato. Non c'era rabbia in quello sguardo. C'era qualcos'altro, per cui lì, in quel momento, non trovò parole.
Uno degli operai si avvicinò, con un bastone in mano. «Vuoi che la caccio per bene?»
«Lascia.»
«Renzo dice che il canile passa martedì. Il cassone però resta fino a stasera.»
«Lo so.»
Le ginocchia scricchiolarono quando si rialzò, un rumore che nel silenzio sembrò assurdamente forte. La cagna non si mosse.
«Entro io.»
«E se morde?»
«Non morde.» Lo disse per rabbia, non per certezza. E si mosse verso la porta.
Un ringhio sommesso, quasi parlasse a sé stessa. La mano spinse l'anta. Il legno gemette, il bordo inferiore grattò la terra, i cardini stridettero tanto forte che l'operaio vicino al furgone si voltò.
Si infilò di lato. Dentro era buio. E caldo — non il calore dell'estate, ma qualcosa di diverso: pesante, umido, come se l'aria respirasse per conto suo.
Carlo rimase fermo sulla soglia. Quell'odore lo conosceva. Sua madre, da bambino, portava i gattini di strada e li metteva in uno scatolone vicino al termosifone, e la stanza aveva esattamente quel sentore.
Gli occhi si abituarono piano. Prima il banco da lavoro: latte di pittura vuote, un rotolo di filo di ferro, una pala senza manico. Poi il pavimento, battuto, terra nuda con ciuffi di fieno vecchio. Una ragnatela pendeva da una trave, e dentro brillava una goccia, rotonda e pesante.
Lo sguardo scivolò nell'angolo più lontano, dove il tetto reggeva ancora e una fessura tra le assi lasciava passare una lama sottile di luce. Lì c'era una coperta. Grigia, sfilacciata ai bordi. L'aveva già vista a febbraio, durante il sopralluogo. Aveva pensato: qualche barbone ci avrà dormito, o l'ha lasciata il vecchio proprietario. L'aveva spostata con un piede, controllando il terreno, e se ne era dimenticato.
Adesso quella coperta era diventata un nido.
Sopra c'erano i cuccioli. Quattro. Piccolissimi, due settimane al massimo. Occhi ancora chiusi, orecchie appiattite come petali. Si muovevano l'uno sull'altro, spingendo i musetti ciechi contro il tessuto, pigolando su una nota sola. Uno, il più piccolo, con una macchia scura sulla schiena, si era infilato sotto il lembo della coperta e scalciava nel sonno.
La luce tagliava di sbieco il nido, e il pelo sembrava non rossiccio ma dorato.
Le ginocchia cedettero da sole. Si accucciò, le braccia abbandonate. Non si mosse. Poi le dita, quasi senza volerlo, toccarono una schienina minuscola. Calda. Il cucciolo non si svegliò, mosse una zampa e si rannicchiò ancora più vicino ai fratelli.
Un fruscio dietro di lui. Carlo restò immobile. La cagna era entrata senza far rumore, lo aveva girato attorno, e si era distesa accanto ai piccoli. Si aspettava ringhi, denti, un suono qualsiasi. Invece lei si sdraiò e cominciò a leccarli, uno a uno, metodica, calma, con la lingua dalla nuca alla coda. Come se lui non esistesse. Come se al mondo esistesse soltanto quello che stava su quella coperta grigia.
Il più piccolo trovò il seno materno per primo, si attaccò e agitò le zampine. Gli altri lo seguirono, e la stalla si riempì di un sommesso rumore di suzione. La cagna chiuse l'occhio malato e appoggiò la testa sulle zampe. Esattamente come stava sdraiata sulla soglia mezz'ora prima. Ma il muso non era più teso. Era morbido.
Rimase lì a lungo. Non contò i minuti. Le ginocchia si erano intorpidite, l'umidità del terreno gli saliva nella schiena. Poi si alzò e uscì.
Renzo era al muretto, finendo un sorso dal thermos. Dalla radio del furgone usciva il bollettino meteo.
«Allora? Topi?»
«Cuccioli.»
Il capocantiere restò fermo, il thermos a metà strada tra la mano e la bocca. «Come cuccioli?»
«Come ho detto. Ha partorito nell'angolo, sopra una coperta. Quattro. Ancora ciechi.»
Renzo rimase in silenzio. Si grattò una cicatrice sul polso sinistro, abitudine che gli veniva ogni volta che qualcosa non entrava nel preventivo.
«Insomma. Buttiamo giù o no?»
L'anta era rimasta accostata, e nella fessura si vedeva il fianco rossiccio. La cagna stava distesa, tranquilla, senza alzare la testa. Sapeva che lui era uscito e non si era mossa.
Fu allora che gli venne un pensiero chiaro. Quel cane non aveva morso nessuno, non si era lanciato, non era scappato. Era rimasta lì. Non aveva la forza di fermare quattro uomini con gli attrezzi in mano. Aveva solo la testardaggine. E una soglia, dietro la quale c'era chi non poteva aprire gli occhi, né correre, né chiedere niente.
«No. Non buttiamo giù niente.»
«E quando, allora?»
«Quando saranno grandi abbastanza.»
Renzo alzò le spalle, fischiò alla squadra, e cominciò il solito trambusto dello smobilitare: il piccone che batte contro la mazza, il thermos sbattuto contro la sponda, la portiera del furgone che si chiude. Il cellulare fu in mano a Carlo prima ancora che decidesse di tirarlo fuori.
«Serena, senti, dobbiamo comprare del cibo. Per cani. E una ciotola — no, due.»
La moglie cominciò a fare domande, e lui intanto guardava il muso rossiccio spuntare dalla fessura, seguendo con gli occhi il furgone che faceva manovra verso il cancello. Il vento portava odore di erba tagliata, benzina, e qualcosa di floreale dal podere vicino. L'occhio malato della cagna lampeggiò una volta.
Rimise via il telefono e andò verso la macchina. Nel bagagliaio c'era una bottiglia d'acqua e i panini che Serena gli metteva sempre, per ogni evenienza. Prese l'acqua.
Guardò intorno. Contro il muro della stalla, a destra della porta, c'era una ciotola di latta, vecchia, ammaccata, con alonature secche sul fondo. Ci versò l'acqua. La cagna non uscì — solo il naso tremò nella fessura, umido e lucido.
Si sedette sulla scalinata di casa e aprì un panino. Niente di speciale, mortadella e pane. Morse, masticò. Un uccellino, da qualche parte dietro il muretto, ripeteva sempre la stessa nota, come a verificare se qualcuno lo sentisse.
La stalla restò lì, con le tegole che continuavano a sfondarsi piano. Dalla porta accostata usciva un filo di calore e di latte.
Passarono due mesi. Carlo tornò al Comune per far slittare la pratica di demolizione, e l'impiegata, sentita la storia, gli consigliò di contattare un'associazione di volontari che si occupava di adozioni nella zona di Pisa. Vennero in tre, un sabato di giugno, con un furgoncino e delle gabbie imbottite. I cuccioli, cresciuti, correvano già tra l'erba, scivolando sulle zampe ancora troppo lunghe per il corpo. La cagna, che Serena aveva chiamato Rosina, li guardava dalla soglia, senza più ringhiare a nessuno.
Tre cuccioli partirono quella mattina, verso famiglie già pronte con guinzagli nuovi comprati apposta. Il quarto, quello con la macchia scura sulla schiena, Carlo lo tenne. Lo chiamò Macchia, senza troppa fantasia, e Serena rise dicendo che per uno che aveva fermato un cantiere intero meritava un nome meno banale, ma rimase quello.
La stalla fu demolita in settembre, quando Rosina e Macchia dormivano già dentro casa, in due ceste vicino alla stufa. Al posto della vecchia stalla, Carlo fece costruire un piccolo ricovero in legno, nuovo, con una porta che si apriva senza gemiti e un pavimento sopraelevato dall'umidità.
Rosina ci va ancora, qualche pomeriggio, a sdraiarsi al sole vicino all'ingresso. Ma non sta più di guardia a niente. Non ne ha più bisogno.
