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Il disegno che Rachele ha ripescato dal bidone
Al Golf Club di Castelfusano, sul tavolo della sala ricevimenti, c'erano ancora i piatti dell'antipasto quando Rachele ha tirato fuori dallo zainetto un foglio piegato in quattro.
«Papà… l'ho fatto per te.»
Marco Belcastro si è girato dal bancone del buffet, il bicchiere di Negroni ancora in mano, e ha visto sua figlia di sette anni che gli porgeva quel foglio con due mani, come se portasse un vassoio pieno fino all'orlo.
«Per me?»
È bastato un attimo. Giulia, la compagna di Marco, quella sera vestita di tutto punto per la festa di fidanzamento dei cugini, ha allungato il braccio e ha preso il foglio dalle mani della bambina, quasi senza guardarlo.
«Dammi qua.»
«No, ti prego!»
«È solo carta, Rachele.»
«Cosa stai facendo?» ha chiesto Marco, posando il bicchiere.
«Il mio regalo!» La voce di Rachele si è incrinata.
Giulia ha fatto due passi verso il cestino vicino all'ingresso della sala, quello alto, in metallo, usato per i tovaglioli sporchi. «Ci va bene qui dentro.»
«No!»
«Rachele!» Marco ha alzato la voce, ma Giulia aveva già lasciato cadere il foglio tra i tovaglioli unti e i bicchieri di plastica.
«Devo riprenderlo.» Rachele si è infilata tra due invitati, si è chinata sul cestino con le braccia già sporche di sugo al pomodoro rimasto su un piatto abbandonato.
«Qualcuno l'aiuti» ha detto una delle invitate, la zia Patrizia, facendo per alzarsi dalla sedia.
Ma Rachele ce l'aveva già fatta da sola. «L'ho trovato.»
Il foglio era piegato in due, un angolo macchiato di unto. Lo stringeva al petto come si stringe qualcosa di vivo.
«Cosa c'è dentro?» ha chiesto Marco, avvicinandosi, la voce più bassa adesso.
«Ho disegnato la nostra famiglia.»
«Fammi vedere.»
Rachele ha aperto il foglio piano, lisciandolo con il palmo della mano contro la gamba. C'erano tre figure stilizzate — una alta con la cravatta, una piccola con le trecce, e in mezzo, tenuta per mano da entrambe, una terza figura con i capelli lunghi disegnati a onde gialle. Sopra, scritto in stampatello storto: LA MIA FAMIGLIA.
«Ci ho lavorato tutta la settimana.»
«È solo uno scarabocchio» ha detto Giulia, incrociando le braccia, cercando gli occhi di qualche altro invitato come per trovare conferma.
Marco ha tenuto il foglio con due dita, attento a non sgualcirlo ulteriormente. «Solo un disegno?»
«Volevo che tu sorridessi» ha detto Rachele.
Marco è rimasto in silenzio un paio di secondi. Poi ha detto: «È bellissimo.»
«Stai esagerando, Marco» ha risposto Giulia, con un tono teso, come chi aspetta che la scena finisca in fretta.
«L'ha fatto con amore, Giulia. Non è uno scarabocchio qualunque.»
«Papà…»
«Vieni qui.» Marco si è inginocchiato, ha preso Rachele per le spalle, e le ha pulito con il pollice una macchiolina di sugo dalla guancia. Poi ha guardato Giulia dritto negli occhi, senza alzare la voce, ma con un tono che non lasciava spazio a repliche.
«Non buttare mai più via qualcosa che per mia figlia vale il mondo intero.»
La sala si era fatta silenziosa, qualcuno fingeva di guardare altrove, zia Patrizia si era rimessa seduta con il bicchiere a mezz'aria. Giulia ha aperto la bocca per rispondere, poi l'ha richiusa, ha preso la sua borsetta dal tavolo e si è allontanata verso il bagno senza dire altro.
Marco non l'ha rincorsa. Ha ripiegato il disegno con cura, lungo la stessa piega che Rachele aveva fatto, e lo ha infilato nel taschino interno della giacca — quello dove di solito teneva il portafoglio, vuoto quella sera perché lo aveva lasciato in macchina.
Giulia non è più tornata a dormire a casa, a Ostia. Ha scritto solo un SMS, tre giorni dopo: "Passo sabato a riprendere le mie cose, lasciami le chiavi sul tavolo." Quel sabato Marco ha aspettato in cucina, le chiavi di casa posate accanto a una busta con il nome di lei, mentre Giulia riempiva due borsoni con vestiti e scarpe senza guardarlo in faccia. Dentro la busta non c'era un biglietto, ma una copia del contratto d'affitto di un monolocale in via delle Baleniere, trenta metri quadri, che Marco aveva firmato a suo nome due giorni prima — la penna gli era tremata un istante sulla firma, pensando ai sei mesi di caparra versati, una cifra che per qualche mese gli avrebbe tolto il sonno. Giulia ha letto in silenzio, ha piegato il foglio, l'ha rimesso nella busta e se n'è andata senza ringraziarlo, portandosi via solo le chiavi.
Due anni dopo, davanti allo specchio dell'ingresso, Marco si è allacciato l'ultimo bottone della giacca blu — quella del colloquio per il nuovo lavoro — e si è infilato due dita nel taschino interno, sentendo sotto i polpastrelli la carta ormai liscia e consumata ai bordi.
«Ce l'hai ancora addosso?» ha chiesto Rachele, nove anni ormai, appoggiata allo stipite della porta con lo zaino della scuola già sulle spalle.
«Sempre» ha risposto Marco, e ha aperto un lembo della giacca per farglielo vedere, prima di uscire di casa.
