З життя
Il pacco di vestiti che non arrivò più
Quel pomeriggio di novembre a Bergamo pioveva da tre giorni di fila, e Ionela Rusu ricorda ancora il rumore della grondaia rotta sopra la finestra della cucina. Sua zia Tudora era al telefono in salotto, e Ionela, che aveva dodici anni, stava disegnando sul tavolo con le matite colorate che le aveva regalato suo padre l'estate prima. Vide la faccia della zia cambiare — non un urlo, niente. Solo il telefono che si abbassava piano, come se pesasse troppo.
"Tuo padre non c'è più."
Ionela viveva allora con sua madre, Camelia, in un condominio popolare vicino alla stazione di Cluj-Napoca, in Romania. Suo padre, Doru, lavorava da anni in un cantiere edile vicino a Rotterdam, e tornava due, tre volte l'anno — mai per tanto, ma sempre con la valigia piena. Scarpe da ginnastica di marca che nessun compagno di classe di Ionela poteva permettersi, un giubbotto con un logo che lei portava anche d'estate solo per farlo vedere. Per due settimane all'anno era la ragazzina più invidiata del cortile.
L'ultima volta che l'aveva visto, Ionela aveva nove anni. Suo padre l'aveva portata a mangiare una pizza in centro, e per tutta la sera le aveva raccontato cose che di solito non raccontava: com'era cresciuto lui, gli errori che aveva fatto, cosa voleva per lei. Come se sapesse. Come se stesse chiudendo un conto che non poteva più rimandare.
Doru fu sepolto nei Paesi Bassi. Camelia portò Ionela al funerale con l'idea di restare un mese, forse due, giusto il tempo di sistemare le cose. Ma qualcosa cambiò durante quei giorni. La sorella di Doru, la zia Tudora, aveva una casa più grande, un lavoro stabile in una lavanderia industriale, e soprattutto aveva promesso: qui la bambina avrà scuole migliori, un futuro migliore. Camelia tornò a Cluj da sola. Lasciò sua figlia a Bergamo, dove nel frattempo la zia si era trasferita per lavoro qualche anno prima.
Ionela non capì subito cosa fosse successo. Per settimane aspettò una data di ritorno che non arrivava mai. Poi capì che non sarebbe arrivata.
Crescere senza genitori, in una città che non era la sua, con una lingua che imparava a scuola pomeriggio dopo pomeriggio, fu duro in un modo che a dodici anni non aveva ancora un nome. Il nome arrivò più tardi: rabbia. Ionela rompeva cose, rispondeva male, saltava le lezioni di educazione tecnica per stare seduta sui gradini del palazzo a fumare le sigarette rubate a un compagno di classe più grande. La zia Tudora provava a parlarle, ma tra un turno e l'altro alla lavanderia non le restava molto fiato.
La svolta arrivò quando Ionela aveva diciotto anni, un pomeriggio di marzo, davanti al bar sotto casa dove il vecchio Sandro — un pensionato del quartiere che aggiustava biciclette nel cortile e che tutti chiamavano così anche se il suo vero nome era un altro — la fermò mentre usciva di corsa, di nuovo in ritardo, di nuovo con la faccia di chi sta scappando da qualcosa.
"Ti stai buttando via," le disse, senza girarci intorno. "In questo mondo devi imparare a badare a te stessa, perché nessun altro lo farà al posto tuo."
Ionela quella frase la ripete ancora oggi, quando le viene in mente all'improvviso mentre lava i piatti o aspetta l'autobus 6 verso il centro. Da quel giorno cominciò, piano, a fare i conti con il lutto che aveva portato dentro per sei anni senza mai aprirlo.
Aprì un quaderno e cominciò a scrivere quello che ricordava di suo padre: la pizza, i vestiti, le parole dell'ultima cena. Trovò un centro di ascolto gratuito vicino all'ospedale Papa Giovanni XXIII e cominciò ad andarci il martedì pomeriggio, prima da sola, poi in un piccolo gruppo di ragazzi che avevano perso un genitore da lontano, all'estero, senza aver potuto salutarlo davvero.
A ventitré anni, Ionela lavorava in una tintoria vicino a Porta Nuova e aveva messo da parte, mese dopo mese, milleottocento euro — non tanti, ma suoi, guadagnati con le proprie mani. Un giorno arrivò una lettera dai Paesi Bassi: la vecchia casa di suo padre a Rotterdam, rimasta per anni in un limbo legale tra debiti e eredi mai rintracciati, era finalmente liquidabile. La sua parte, spiegava l'avvocato, ammontava a undicimila euro.
Fu allora che sua madre Camelia, dopo undici anni di silenzi intervallati da qualche telefonata a Natale, richiamò. Non per chiedere come stava. Per chiedere se, visto che ormai era una donna adulta e "sapeva badare a sé stessa", non fosse il caso di dividere quei soldi con lei, che dopotutto era sua madre e aveva bisogno di rifare il tetto della casa a Cluj.
Ionela ascoltò tutta la telefonata seduta sul letto, con la cartellina dell'avvocato ancora aperta sulle ginocchia, i fogli con l'intestazione olandese ben visibili. Non alzò la voce.
"Undici anni fa hai scelto di tornare a casa senza di me," disse. "Io quella scelta l'ho rispettata. Questa è la mia."
Il giorno dopo andò di persona dall'avvocato, firmò le carte per l'accredito diretto sul suo conto, e con quei soldi — non tutti, seimila — pagò l'iscrizione a un corso serale di estetica che sognava da tre anni. Il resto lo mise da parte per l'affitto di un piccolo locale, tutto suo, che avrebbe aperto l'anno dopo in via Broseta, a due isolati dalla lavanderia dove sua zia Tudora, ancora oggi, le tiene un cassetto libero per quando passa a prendere un caffè prima del turno.
Camelia richiamò altre due volte quel mese. Ionela rispose la prima, non rispose la seconda. Sul comodino, accanto al telefono spento, teneva ancora il quaderno con la grafia incerta di quando aveva diciotto anni, aperto sulla pagina dove aveva scritto, in stampatello, le parole del vecchio Sandro.
