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Il weekend che doveva finire domenica
Doveva durare due giorni. Questo scrissi nel messaggio all'associazione "Rifugio a Quattro Zampe" di Cremona: che avrei tenuto un cane in affido temporaneo, perché al canile si era allagato lo scantinato e cercavano con urgenza case di appoggio. Mi risposero prima ancora che finissi il caffè. Sarebbero arrivati alle diciassette, scrivevano, si chiama Birillo, ha nove anni, è un incrocio di bassotto e di qualcosa che si è ostinatamente rifiutato di essere un bassotto.
Lo portarono in un trasportino di cartone che sapeva di disinfettante. Marrone, con una macchia grigia sopra il muso, un orecchio dritto e l'altro piegato, come se qualcuno avesse cambiato idea a metà. Uscì dalla gabbia, fece il giro del mio appartamento a Città Studi in meno di tre minuti, controllò la cucina due volte, poi tornò vicino alla porta e si sedette sullo zerbino. Esattamente al centro, come se qualcuno gli avesse assegnato quel posto apposta.
Toccò la ciotola solo la sera, mentre io mi chiudevo in bagno fingendo di fare la doccia. Lo capivo. Anch'io, il primo giorno di un lavoro nuovo, non riuscivo a mangiare davanti a nessuno.
Alla passeggiata nel quartiere restò tre passi indietro. Non accanto, non davanti — dietro, come se misurasse una distanza di sicurezza da qualcosa che non aveva ancora finito di valutare. Vicino alla panchina davanti all'alimentari si sedette e rifiutò di proseguire. Mi sedetti anch'io sul metallo freddo. Restammo lì un quarto d'ora, a guardare altri cani che si rincorrevano abbaiando sul prato. Birillo osservava con un occhio socchiuso, senza commenti.
Domenica sera venne in salotto. Non sulla poltrona, ma sul tappeto accanto. Appoggiò il muso sulle zampe e rimase così per una buona mezz'ora, mentre io guardavo la replica di una fiction anni novanta, perché il telecomando era troppo lontano per allungare la mano.
Alle ventuno telefonò Elisa dell'associazione. I lavori si stavano allungando, disse, potevo tenerlo fino a martedì? Chiesi se potevo tenerlo fino a mercoledì. Mercoledì non richiamai.
Giovedì mandai un messaggio: quali documenti servivano per l'adozione.
Elisa chiamò subito, come se avesse aspettato con il telefono in mano. — Marta, io sono felice, solo che… — si fermò. — Solo cosa? — Devi sapere che ha un proprietario. Un ex. Lo sta cercando.
Venne fuori che Birillo era arrivato al canile non come cane randagio, ma come cane sequestrato — temporaneamente, per ordinanza del tribunale della famiglia, nell'ambito di una causa di separazione di una coppia di Crema. Il proprietario, un certo Roberto Sartori, aveva il divieto di avvicinamento alla ex moglie per centottanta giorni dopo un episodio di violenza domestica, e il cane — proprietà comune — era stato affidato per quel periodo all'associazione, perché nessuno dei due aveva in quel momento le condizioni per tenerlo. Ora il divieto stava scadendo, la separazione volgeva al termine, e Roberto rivoleva il cane indietro, sostenendo di averlo comprato lui.
Andai a parlarne con un'avvocata che conoscevo per lavoro — si occupava di cause di animali nelle separazioni, specializzazione rara, ma in città esisteva. L'avvocata Ferretti guardò le carte e scosse la testa. — Formalmente il cane resta comproprietà coniugale finché non si divide il patrimonio. Ma il giudice può decidere nell'interesse dell'animale, se dimostriamo che un altro cambiamento gli farebbe male.
Farebbe male. Quella frase mi rimase impressa, perché avevo visto come Birillo reagiva allo sbattere di una porta dal vicino — restava immobile per minuti interi, le orecchie schiacciate contro la testa.
La causa dei Sartori si concludeva al Tribunale di Cremona a metà novembre. Decisi di presentare un'istanza per essere ammessa come affidataria di fatto — cosa non comune, ma l'avvocata Ferretti conosceva un precedente di due anni prima, in cui il giudice aveva tenuto conto del parere di terzi sul benessere dell'animale.
Ero convinta che Roberto non si sarebbe presentato, che sarebbe stata una formalità sulla carta. Si presentò. Arrivò in udienza con un completo di una taglia troppo grande, con una cartellina dentro cui — venne fuori — c'erano foto di Birillo di sei anni prima, ancora cucciolo, nel giardino di casa a Soresina. Disse al giudice che era stato lui a crescerlo, che il cane dormiva sotto il suo letto, che aveva già perso la moglie e la casa, e che non avrebbe rinunciato anche al cane.
La sua ex moglie, Alice, sedeva dall'altra parte dell'aula e rimase in silenzio per tutta l'udienza, finché il giudice non le chiese direttamente se acconsentiva a cedermi il cane in via definitiva. Si alzò, si sistemò la giacca e disse una sola frase: — Acconsento, perché è l'unica cosa di quel matrimonio che voglio lasciare in buone mani, e non nelle mie — perché le mie mani tremano ancora, quando lui entra in una stanza.
Il giudice concesse tre settimane per la perizia di un'esperta comportamentale. La dottoressa Elena Bianchi venne da me a Città Studi un venerdì pomeriggio, osservò Birillo per due ore, annotò come reagiva alla voce alzata del vicino dall'altra parete, come si nascondeva dietro il divano quando qualcuno si alzava bruscamente da una sedia. Nella relazione scrisse che il cane mostrava evidenti segni di ansia, probabilmente legati a una precedente esposizione a conflitti familiari, e che l'ambiente attuale — calmo, prevedibile — favoriva il suo recupero.
L'udienza finale si tenne mercoledì ventuno novembre. Aula numero quattro, secondo piano, boiserie anni settanta e un termosifone che scoppiettava rumorosamente ogni dieci minuti. Roberto sedeva in disparte, la cartellina di nuovo sulle ginocchia, questa volta più sottile. Quando il giudice lesse il provvedimento — che, nell'interesse dell'animale e sulla base della perizia, il cane veniva affidato in via definitiva a Marta Ricci, con diritto di visita da concordare su richiesta delle parti — Roberto non si alzò, non protestò. Aprì la cartellina, tirò fuori una foto, quella del giardino a Soresina, e me la porse attraverso il banco.
— Almeno questa lasciatela a lui — disse piano, senza guardarmi negli occhi ma fissando la fotografia. — Così sa da dove viene.
Presi la fotografia. Non aggiunsi altro, perché non c'era altro da dire.
Nello studio dell'avvocata Ferretti firmai i documenti di adozione — formalmente la cessione della quota di Alice e il trasferimento dei diritti disposto dal tribunale, spese legali: milleduecento euro, che pagai con la tredicesima, arrivata proprio in quei giorni.
Quella sera a casa, Birillo — ormai lo chiamavo così, anche se sulla carta figurava ancora come Birillo Sartori, ora Ricci — saltò sul divano mentre facevo finta di non guardare. Si sedette proprio accanto a me, appoggiò il muso sul mio ginocchio, un occhio ancora socchiuso, come se continuasse a leggere il mio curriculum, ma senza più domande.
La foto del giardino a Soresina la misi sulla mensola dell'ingresso, accanto alle chiavi e al portamonete. Non per ricordarmi di Roberto. Ma perché Birillo, se un giorno se lo fosse chiesto, sapesse che nessuno aveva mai fatto finta che la sua vita precedente non fosse esistita.
