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Un uomo con la musica techno nelle cuffie e una madre a settembre inoltrato
Io e Cyndi ci siamo conosciuti sul set, a Cinecittà, nell'inverno del 1990. Io interpretavo un tizio poco raccomandabile, uno di quei ruoli dove ti mettono in mano una pistola finta e ti dicono "sii minaccioso". Lei era appena uscita da una storia che l'aveva lasciata a pezzi, viveva in un residence vicino a Porta Pia, e tra un ciak e l'altro mangiava panini al volo seduta su una sedia da regista con il suo nome scritto male sopra.
Quello che nessuno racconta è che il primo mese non è successo niente. Io tornavo in albergo, mettevo su i vinili dei miei gruppi elettronici underground — roba che a Cyndi faceva ridere, diceva che sembrava il rumore di un frigorifero rotto — e lei cantava sottovoce mentre si struccava. Ci vedevamo a cena perché io continuavo a invitarla, non perché fossimo destinati a niente. Volevo solo farla ridere un'altra volta. Ci riuscivo quasi sempre.
Quello che ho scoperto, cena dopo cena, è che la donna sul palco e quella seduta davanti a un piatto di cacio e pepe erano due persone diverse. Sul palco c'era la voce che riempiva gli stadi. Al tavolo c'era una donna che si mordeva l'unghia del pollice quando era nervosa, che aveva paura di essere di nuovo lasciata sola, che faceva domande su tutto — sul mio lavoro, sulla mia infanzia a Manchester, su perché avevo smesso di suonare in una band a diciannove anni.
Una mattina di marzo mi sono svegliato e ho capito che non volevo più tornare a Manchester. Gliel'ho detto così, senza preparazione, mentre lei beveva un caffè che si era fatto freddo. Le ho detto che nessuno, prima, mi aveva amato in quel modo completo, senza calcoli.
La proposta l'ho fatta portandole tre anelli antichi comprati da un rigattiere di Porta Portese: uno era appartenuto — così giurava il venditore — a una principessa indiana, un altro aveva incisa la figura di Eros. Lei ha scelto il terzo, un anello inglese vecchio di un secolo, con due volti scolpiti che si guardano. Poi, prima di dire sì, mi ha fatto inginocchiare sul pavimento della cucina. Ci siamo sposati il 24 novembre 1991, in una sala di riunione dei quaccheri a Filadelfia. Little Richard ha cantato durante la cerimonia, fuori tono, e nessuno ha osato dirglielo.
Sei anni dopo, il 19 novembre 1997, è nato nostro figlio, Declyn Wallace. Cyndi aveva quarantaquattro anni e per la prima volta in vita sua non c'erano né bis né aerei da prendere alle sei del mattino. C'era solo un neonato che piangeva alle tre di notte in una casa a Woodstock, con la neve fuori dalla finestra e il camino che non tirava mai bene.
Non l'ho mai detto pubblicamente, ma i primi mesi sono stati duri. Cyndi cadde in una depressione post-partum che io, da fuori, faticavo a riconoscere: pensavo fosse solo stanchezza. Una sera scelsi per sbaglio un film dove una madre moriva alla fine. Lei pianse per tutto il film, poi mi tirò un pugno sulla spalla dicendo che ero uno stupido a non aver letto la trama prima. Oggi ce lo raccontiamo ridendo, ma quella sera non c'era niente da ridere.
Ho visto Cyndi rifiutare un tour intero in grandi arene perché Declyn aveva l'influenza e non voleva lasciarlo con la tata. Ho visto lei che si portava dietro le partiture in valigia insieme ai pannolini. Io, quando il lavoro mi portava lontano — un set a Toronto, uno a Berlino — tornavo sempre prima che potevo, perché qualcuno doveva tenere fermo il centro della casa mentre lei girava il mondo.
In cucina, a Woodstock, la fama non contava niente. Io mettevo la mia musica elettronica, Declyn si è innamorato dei Green Day appena ha avuto un lettore CD tutto suo, e Cyndi diceva che nostro figlio aveva lo stesso caratteraccio testardo che aveva lei a quell'età. Non ho mai cercato di farla diventare qualcun altro, e lei non ha mai cercato di cambiare me. Ci parlavamo, anche quando faceva male.
Quello che io ho imparato, stando accanto a lei per più di trent'anni, è che tenere Declyn lontano dai riflettori non era un capriccio da star. Era una scelta precisa, discussa a tavola, davanti a una tazza di tè ormai freddo: certe cose — il primo giorno di scuola, le liti, i silenzi — appartengono solo a chi le vive, non al pubblico.
Qualche settimana fa Declyn, ormai ventottenne, è tornato a Woodstock per il weekend. Ha tirato fuori dalla scatola dei vecchi vinili uno dei miei dischi elettronici, quello che Cyndi chiamava "il frigorifero rotto". L'ha messo sul giradischi in salotto, senza dire niente. Cyndi è entrata dalla cucina con le mani ancora bagnate, si è fermata sulla soglia e ha ascoltato fino alla fine del lato A, appoggiata allo stipite della porta, senza sedersi.
