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La casa in mezzo alla tangenziale di Prato

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Renzo Bagnoli aveva sessantotto anni e una convinzione che nessuno, in quel quartiere alla periferia di Prato, era riuscito a scalfire: quella casa non si vendeva, punto. L'aveva costruita suo padre nel 1961, mattone su mattone, con le mani sporche di calce e i risparmi di una vita passata a lavorare in un lanificio. Il pavimento in graniglia del salotto, i gerani sul balcone, l'odore di ragù che il sabato usciva dalla finestra della cucina e si mescolava con quello della ghiaia bagnata: tutto lì dentro era suo, era loro, era la storia della famiglia.

Poi arrivò il progetto della tangenziale.

Il Comune, insieme alla società incaricata dei lavori, bussò alla sua porta con un'offerta che sulla carta sembrava vantaggiosa: 210 mila euro di indennizzo, più la possibilità di trasferirsi in un appartamento nuovo a due chilometri da lì, vicino alla stazione. Renzo ascoltò il tecnico seduto al tavolo della sua cucina, con le planimetrie stese sopra la tovaglia a quadri, e rispose con la stessa calma di sempre.

"Questa casa l'ha fatta mio padre. Non la vendo per due soldi."

Il tecnico provò a spiegargli che non si trattava di due soldi, che la cifra era in linea con le valutazioni di mercato, che il progetto avrebbe modificato per sempre quella zona e che sarebbe stato meglio, per lui e per sua moglie Ombretta, accettare finché c'era la finestra della trattativa aperta. Renzo scosse la testa. Non firmò niente. Ombretta, dal canto suo, restava vicino ai fornelli, mescolando un sugo che non aveva più fame di finire.

Le ruspe arrivarono comunque, in autunno. Il progetto della tangenziale non poteva fermarsi per una sola casa che si rifiutava di cedere il passo, così gli ingegneri fecero l'unica cosa possibile: modificarono il tracciato. Le due carreggiate si divisero, aggirarono la proprietà di Renzo da entrambi i lati, e tornarono a ricongiungersi duecento metri più avanti. Il risultato fu surreale: la casa dei Bagnoli rimase in piedi, intatta, ma completamente isolata al centro di uno svincolo, con l'asfalto che le girava intorno come un fiume attorno a uno scoglio.

I primi tempi Renzo lo raccontava quasi con orgoglio ai vicini rimasti. "Vedete? Non hanno potuto farmi niente." Ma l'orgoglio durò poco.

Con l'apertura del traffico vero e proprio, la vita in quella casa cambiò. La polvere di cemento si infilava sotto le persiane anche a finestre chiuse. Il rombo dei tir che percorrevano la bretella a tutte le ore diventò una colonna sonora che non si spegneva mai. I gerani sul balcone morirono, soffocati dallo smog. Il gatto di casa, un soriano che si chiamava Tordo, smise di uscire: non c'era più giardino, solo una striscia d'erba secca stretta tra due guardrail, e lui passava le giornate acciambellato sul termosifone spento, magro, a fissare la finestra.

Ombretta cominciò a passare le giornate dalla sorella, in centro, tornando solo per dormire — quando riusciva a dormire. Un pomeriggio, mentre Renzo sistemava la grondaia, lei gli disse: "Io in questa casa non ci sto più bene, Renzo. E tu lo sai."

Lui non rispose. Restò lì, con la scaletta appoggiata al muro e il cacciavite in mano, a fissare lo svincolo che gli era cresciuto intorno come un'edera d'asfalto.

La notte del 14 marzo, verso le due e venti, Renzo fu svegliato da un botto che gli fece vibrare i vetri della camera. Si alzò di scatto, il cuore che gli martellava, e arrivò alla finestra in tempo per vedere un tir con targa polacca che aveva perso il controllo sulla curva della bretella: aveva sbandato, spazzato via trenta metri di guardrail e si era fermato di traverso, con il muso a due metri esatti dal muro di casa sua, le luci di posizione ancora accese, il diesel che colava sull'asfalto. Ombretta era già in piedi, aggrappata al suo braccio, e tremava — non piangeva, tremava soltanto, con le nocche bianche strette sulla manica del pigiama di lui.

Arrivarono i vigili del fuoco, poi i carabinieri, e le luci blu girarono sui muri della cucina per un'ora e mezza mentre Renzo, in vestaglia, seduto sul primo gradino con una coperta sulle spalle, guardava quel camion fermo a un passo dalla stanza dove sua madre aveva partorito lui e sua sorella. Il carabiniere gli chiese se avesse bisogno di un medico. Renzo scosse la testa e non disse niente per il resto della notte.

Il giorno dopo chiamò l'avvocato di famiglia, Sandro Bettini, che li seguiva da trent'anni per le questioni catastali del padre.

"Sandro, voglio chiudere. Chiamali e digli che accetto quello che offrono."

Nel frattempo la cifra era scesa: la società autostradale aveva già notificato un secondo bando di esproprio, 160 mila euro invece dei 210 mila iniziali, perché il valore commerciale dell'immobile era crollato — chi avrebbe mai comprato una casa incastonata in mezzo a una rotatoria a scorrimento veloce. Bettini glielo ricordò al telefono, per correttezza. Renzo rispose solo: "Lo so quanto offrono. Portami le carte."

Firmarono l'accordo tre settimane dopo, in un ufficio della società in via Valentini con l'aria condizionata troppo alta. Sul tavolo, il funzionario appoggiò un bicchierino di caffè che nessuno toccò. Centosessantamila euro, in due tranche, più le spese di trasloco a carico dell'ente. Quando arrivò il punto della firma, la penna si inceppò e Renzo dovette scrostarla contro il foglio due volte prima che uscisse l'inchiostro — un dettaglio stupido, che lo fece imbestialire più della cifra stessa. Firmò comunque, con la mano ferma.

Tornarono a casa in Panda, passando per l'ultima volta sotto quello svincolo che li aveva intrappolati. Renzo si fermò un momento davanti al cancello, guardò la facciata scrostata dallo smog, i vasi vuoti sul balcone, il punto sul muro dove da bambino aveva inciso le proprie iniziali con un chiodo.

"Cinquanta pezzi in meno di quello che offrivano all'inizio," disse a Ombretta, con la voce secca di chi fa i conti e basta.

"Andiamo a vedere l'appartamento vicino alla stazione," rispose lei, mettendogli una mano sulla spalla.

Due mesi dopo firmarono il contratto d'affitto di un bilocale in via Pistoiese, seicento euro al mese, terzo piano senza ascensore. Tordo si adattò subito al davanzale nuovo, dove il sole batteva tutto il pomeriggio. La prima domenica, mentre scaricavano ancora gli ultimi scatoloni, Renzo appese un quadro storto nell'ingresso — il ritratto del padre davanti alla casa appena intonacata — e non si preoccupò di raddrizzarlo. Ombretta, dalla cucina, gli gridò che il caffè era pronto e che si sbrigasse a berlo finché era caldo.

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