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La poltrona sbagliata
Bianca Rinaldi parcheggiò la sua vecchia Panda del 2004 davanti all’ingresso dell’Hotel Michelangelo, spense il motore e rimase qualche secondo a fissare il cruscotto vuoto. Sessantatré anni, una carriera di trentacinque, e quel giorno lavorava per duecentocinquanta euro lordi. Era un lunedì di febbraio umido e grigio, uno di quelli che a Bologna l’umidità ti entra nelle ossa e non esce più. La settimana prima il riscaldamento autonomo di casa aveva ceduto, e il tecnico le aveva chiesto milleduecento euro. Per quello aveva accettato il contratto. Per quello e basta.
Si guardò allo specchietto retrovisore, sistemò la sciarpa di lana blu che le aveva fatto sua nipote, e scese. Zaini e borsoni degli studenti sciamavano sotto i portici, ma lei non li sentiva più da anni. In mente aveva il glossario giuridico arabo-italiano, ottantasette pagine di terminologia contrattuale. Se le era rilette la sera prima fino all’una, non per insicurezza — per abitudine. Un mestiere così o lo tieni acceso ogni giorno o lo perdi.
L’atrio dell’hotel odorava di cera per pavimenti e di caffè bruciato. Un uomo sulla quarantina, giacca slim blu e occhiali da manager, la stava aspettando accanto alla fontana coperta. Aveva in mano un badge con la scritta «Jacopo – Event Manager».
La scrutò dalla testa ai piedi: cappotto di tre stagioni fa, borsa di pelle con le cuciture che cominciavano a cedere, occhiali sottili da presbite. I suoi occhi si fermarono sul décolleté, o forse sulla mancanza di décolleté, sulla camicia abbottonata fin quasi al collo, e poi tornò al badge che teneva al petto. Sembrava deluso già prima di aprir bocca.
«Lei è la Rinaldi? L’interprete?»
«Buongiorno. Sì, Bianca Rinaldi. Abbiamo un contratto per oggi, dalle nove alle diciotto.»
Lui non le strinse la mano. Guardò l’orologio, un cronografo che doveva valere un mese del suo affitto, e poi di nuovo il suo cappotto.
«Mi segua. La riunione inizia tra venticinque minuti e la delegazione del Qatar è già in ascensore.»
L’affiancò senza aspettare risposta e le fece attraversare l’intera hall. Passarono il ristorante principale, con i suoi tavoli rotondi e le tovaglie di Fiandra stirate di fresco, le alzate di paste sfoglie e i calici già disposti per il pranzo inaugurale. Passarono una seconda sala, più piccola, con lo schermo per le presentazioni e il leggio in mogano. E passarono anche quella.
Jacopo si fermò all’ultimo tavolo in fondo al corridoio, uno stretto rettangolo di formica grigia incastrato tra la porta della cucina e l’ascensore di servizio. Sopra, due brocche d’acqua vuote e un telefono fisso che lampeggiava.
«Ecco, questo è il suo posto», disse, indicando una sedia pieghevole accanto a un ragazzo magro con le cuffie da tecnico audio. «Lì c’è Lorenzo, fa il service per microfoni e proiettori. Per qualsiasi necessità chieda a lui.»
Bianca non si sedette. Appoggiò la borsa sul tavolo e lo guardò dritto.
«Lei sa che sono un’interprete, vero? Arabo moderno standard, ventidue anni di esperienza in contesti forensi e d’impresa. Ho tradotto per il Ministero degli Esteri. Ho aperto io il primo ufficio traduzioni arabe autorizzato a Modena, nel ‘97.»
«Certo, certo», Jacopo sfogliava già il telefono. «Infatti per quello l’abbiamo contattata. Ma noi abbiamo già un’interprete interna, una ragazza giovane e molto preparata. Lei è stata assunta come backup. Se dovesse servire… la chiamiamo.»
Non alzò nemmeno gli occhi. Poi se ne andò, le scarpe di cuoio che ticchettavano sul marmo lucido, e la porta della cucina si aprì alle sue spalle liberando l’odore di soffritto della gastronomia che preparava il buffet.
Bianca si sedette. Sulla sedia di plastica dura, con lo schienale che traballava. Lorenzo il tecnico regolava dei cavi e non le badava. In sottofondo, da una cassa, si sentiva un microfono che fischiava.
Trentacinque anni. Lei aveva cominciato nel 1988, quando l’arabo in Italia lo studiavano in quattro gatti e i contratti con i paesi del Golfo si firmavano via telex. Aveva vissuto sei anni a Tunisi, due al Cairo, uno a Khartoum, e quando era tornata, nel 1997, aveva aperto il suo studio a Modena. Sua figlia le diceva sempre: «Mamma, ma perché non stai a casa a goderti la pensione?». Lei rispondeva che le parole arabe erano l’unica cosa al mondo che non l’avevano mai tradita.
Prese dalla borsa un libro. Le Mille e una Notte nell’edizione BUL del 1953, con la copertina staccata che teneva insieme con lo scotch da pacchi, e ricominciò a leggerlo dove aveva lasciato il segno. Il profumo di carta invecchiata le calmava sempre il nervosismo.
Tre tavoli più avanti, nella sala grande, la ragazza interna era seduta al centro della tavolata principale. Doveva avere ventisei o ventisette anni, capelli raccolti in uno chignon alto, un tailleur color cipria, e grandi orecchini d’oro che ballavano ogni volta che muoveva la testa. Stava passando delle slide sull’iPad e ripeteva mentalmente i termini, muovendo le labbra senza emettere suono. Sul tavolo, accanto alla sua borsa firmata, una tazzina di caffè doppio che beveva a piccoli sorsi.
La porta a vetri si aprì e Jacopo entrò con il suo passo marziale. La ragazza lo fermò toccandogli il braccio.
«Jacopo, senti… qui nelle slide c’è scritto “شركة تضامنية”. Me lo confermi che è una società in accomandita?»
«Sì, sì, una roba del genere», rispose lui guardando oltre la sua spalla. «Vai a senso, l’importante è che sorridi.»
Bianca non staccò gli occhi dalla pagina. Ma la sua mascella si contrasse impercettibilmente. “Società in nome collettivo.” Qualsiasi studente di arabo commerciale lo sa dopo il primo semestre. In accomandita è un’altra cosa. È la differenza tra un socio che risponde con tutto il suo patrimonio e uno che risponde solo col capitale investito. Su un contratto da quattordici milioni di euro, non proprio una sottigliezza da accademia.
Chiuse il libro. Poggiò le mani sul tavolo e rimase in ascolto. La riunione cominciava.
Il presidente della società, l’ingegner Emilio Grandi, un omone di sessant’anni con la giacca stirata di fresco e le dita troppo grosse per i gemelli che portava, fece il suo ingresso poco dopo. Salutò tutti, si sistemò il nodo della cravatta davanti al riflesso di una vetrina, e parlottò con Jacopo a voce bassa. Disse qualcosa tipo: «Se chiudiamo oggi, è l’affare dell’anno». Poi si sedette al centro del tavolo, di fronte allo schienale vuoto riservato alla controparte. Non rivolse nemmeno un’occhiata a Bianca. Lei, dal fondo del corridoio, era praticamente invisibile.
La delegazione del Qatar arrivò con un quarto d’ora di ritardo. Tre SUV neri parcheggiati sul retro, due bodyguard, un assistente personale col cranio rasato che parlava in un inglese perfetto. Lo sceicco Abdulla bin Jassim Al-Thani entrò per ultimo: un uomo minuto, sui settant’anni, la barba sale e pepe tagliata cortissima. Il suo volto non accennava alcuna espressione. Non il prototipo da jet set. L’uomo che aveva rifondato il sistema di welfare del suo paese, dicevano.
Jacopo andò subito in fibrillazione. Controllò i cartellini coi nomi, allineò le bandierine, fece cenno alla ragazza di alzarsi e le disse sottovoce qualcosa all’orecchio. La ragazza accennò col mento una serie di sì frettolosi, dieci volte in tre secondi, e si sedette accanto all’assistente, aprendo l’iPad con gesto sicuro.
L’ingegner Grandi diede il benvenuto alla delegazione. Quando provò a dire “Ahlan wa sahlan”, con una pronuncia che sembrava più un colpo di tosse che arabo, lo sceicco piegò leggermente il capo e attese. Poi, senza preamboli, pronunciò una frase in arabo classico. Nemmeno un dialetto del Golfo — arabo puro, da università.
La ragazza si toccò un orecchino con un gesto nervoso e cominciò a tradurre. «Sua Eccellenza ringrazia per l’ospitalità e dichiara l’intenzione di procedere celermente alla…» Si bloccò. Sfiorò l’iPad. Si passò la lingua sulle labbra, poi tentò di nuovo.
«…alla… conclusione dell’accordo… di associazione… di imprese?»
Il termine era “شركة محاصة”. Società in partecipazione. Non esisteva nelle sue slide, non l’aveva mai sentito. Lo sceicco la fissava senza una piega.
Bianca, dal suo tavolino in fondo, sollevò il mento. Percepì il vuoto nell’aria prima ancora che gli altri lo avvertissero.
L’ingegner Grandi si sporse verso Jacopo. «Che ha detto?»
«Sta traducendo, sta traducendo…»
Ma la ragazza era ferma. Fissava lo schermo immobile. L’assenza di voci si allargò come una crepa nel vetro.
Fu allora che lo sceicco parlò di nuovo. Disse, in arabo: «L’interprete che era con noi a Doha, la signora italiana. La signora Rinaldi. Non è stata invitata oggi?»
Lo disse piano, senza enfasi, ma in un arabo così limpido che Bianca, laggiù, lo sentì distintamente nonostante il brusio della cucina.
Jacopo, che aveva imbastito l’incontro in fretta senza spulciare i rapporti diplomatici della controparte, sbiancò. L’assistente calvo, appena girò gli occhi verso il fondo, la riconobbe all’istante.
Bianca si alzò in piedi. Non aveva un piano, ma il suo corpo lo sapeva già. Con la colonna vertebrale dritta, la borsa in una mano e il libro nell’altra, si avvicinò al tavolo principale con il passo di chi, su quel tipo di lastrico, ci aveva camminato per trentacinque anni.
L’assistente calvo le rivolse un cenno e fece spostare la sedia accanto allo sceicco.
«Signora Rinaldi. Finalmente.»
Bianca si sedette. Posò il suo libro sul tavolo, si sistemò gli occhiali, e cominciò a tradurre la frase dello sceicco sulla società in partecipazione con una precisione da bisturi. Poi proseguì con le clausole successive, senza intoppi, per le successive due ore.
Jacopo, in piedi vicino alla finestra, si era pietrificato. La ragazza del tailleur cipria fissava il suo iPad con gli occhi lucidi. Ma nessuno la stava guardando.
Alla fine della riunione, a contratto firmato e brindisi fatto, l’ingegner Grandi si avvicinò a Bianca. Le porse la mano e disse piano: «Signora, se non fosse stato per lei oggi buttavamo via quattordici milioni. Mi dica cosa posso fare per ringraziarla.»
Bianca raccolse il suo libro, chiuse la borsa e fece scorrere il pollice lungo il dorso tenuto insieme dallo scotch, un gesto che sembrava una carezza. Poi parlò.
«Può pagarmi il cachet pattuito. Sono duecentocinquanta euro lordi. E la prossima volta, mi faccia sedere al tavolo dal primo minuto.»
Quindi si avviò verso l’uscita, infilò la sciarpa e sparì sotto la pioggia di Bologna, a prendere l’autobus 27 per tornare a casa.
