З життя
Il gatto che venne a salvarmi dalla solitudine
Renzo si alzava alle sei del mattino. Sempre. Senza sveglia: il corpo conosceva l'ora da solo. Colazione alle sette in punto. Passeggiata alle otto, quaranta minuti esatti, lo stesso percorso nel parco di Nervi. Poi il giornale, il pranzo, il riposino pomeridiano. Ogni cosa secondo l'orologio.
Dopo la morte di Lucia, quella tabella di marcia era diventata ancora più ferrea. Non per il dolore. Aveva semplicemente capito che finché esisteva una scaletta, esisteva ancora anche lui. Il calendario teneva insieme la forma là dove non era rimasto nient'altro.
Sua nipote Chiara arrivò a giugno. Abbronzata, rumorosa, con uno zaino e un grosso trasportino. Dal trasportino proveniva un miagolio risentito.
«Nonno», disse appena varcata la soglia. «Questo è Grigio. È buonissimo.»
Renzo guardò il trasportino. Poi guardò Chiara.
«Che roba è?»
«Un gatto. Un certosino. Piccolissimo.»
«Vedo che non è un elefante. Perché?»
«Nonno, non potevo lasciarlo, non avevo a chi…»
«Sul balcone», tagliò lui. «Che stia sul balcone. Non si discute.»
Chiara aprì la bocca. Ci pensò su.
«Va bene. Per adesso sul balcone. Per adesso.»
Nessuno fece caso a quelle due parole. Errore.
Grigio si rivelò essere una creatura grigio-blu, con degli occhi color rame e un'espressione sul muso come se sapesse già tutto di tutti. Ispezionò l'ingresso, lento e meticoloso. Poi passò in salotto. Annusò il tappeto, il divano, l'angolo vicino al termosifone. Renzo lo seguiva con lo sguardo.
Grigio si fermò al centro del salotto. Lo guardò, senza paura, quasi con curiosità. E si sedette.
«Sul balcone», disse Renzo con voce severa.
Non si mosse.
«Ho detto: sul balcone.»
Grigio sbadigliò. Ampio, con gusto.
Renzo fece un passo verso di lui. Quello non scappò. Si alzò con calma e andò a infilarsi sotto il divano.
Lui rimase in mezzo al suo stesso salotto a fissare il divano. Per quarant'anni aveva comandato uomini. E aveva sempre funzionato.
Col tempo Grigio smise di irritarlo. Diventò semplicemente parte dello spazio. E lo guardava. Sempre.
Se ne stava accucciato a osservarlo, attento, con la testina leggermente inclinata, come se ascoltasse. Una volta Renzo stava leggendo del caro bollette e commentò ad alta voce, senza pensarci: «Una vergogna.»
Grigio miagolò. Un colpo secco.
Renzo lo scrutò da sopra il giornale.
«Sei d'accordo?»
Quello lo fissava.
«Appunto», disse. «Una vergogna, sì.»
Fu la loro prima conversazione.
Una settimana dopo Renzo andò al negozio di animali. Prese le crocchette economiche, le stesse che si era portata Chiara. Le mise nel cestino. Poi guardò lo scaffale accanto. C'era un altro mangime. Più caro. C'era scritto: "per gatti adulti di razza, con salmone e mirtillo rosso". Lo tenne in mano. Lo rimise giù. Lo riprese.
In fondo è un certosino. Razza pura. Comprò quello più costoso.
A casa posò la ciotola. Grigio si avvicinò, annusò e mangiò subito, senza le solite manovre diffidenti. Renzo lo guardava e provava una sensazione strana. Non orgoglio. Non gioia. Qualcosa di più semplice: semplicemente, era un bene che mangiasse.
Mercoledì, nel parco di Nervi, lo fermò il vicino, il signor Walter. Ottant'anni, sempre col bastone da passeggio e sempre logorroico.
«Renzo! Adesso col gatto?»
«Di mia nipote», disse Renzo come al solito.
«Bel micio. Certosino?»
«Certosino.»
«La mia Bruna, pace all'anima sua, adorava i gatti», disse Walter sedendosi su una panchina. «Diceva che sono intelligenti. A volte più delle persone.»
Renzo tacque. Guardava Grigio. Aveva trovato qualcosa di interessante sotto un cespuglio, e ci stava lavorando su con metodica professionalità.
«Lo terrai?» chiese Walter.
«No. Mia nipote lo riprende venerdì.»
«Te ne pentirai.»
«Non mi pento di niente», disse Renzo. «In casa tornerà l'ordine.»
Lo disse con fermezza. Ma c'era qualcosa in quelle parole che non suonava giusto. Lo sentì.
Grigio tornò di corsa da lui. Gli infilò il muso nella scarpa. La mano scese da sola, gli grattò dietro un orecchio. Lui socchiuse gli occhi.
L'ordine. Il silenzio. Il tappeto pulito. La passeggiata di quaranta minuti, un unico percorso. Tutto come prima.
E all'improvviso se lo figurò con nitidezza, quel "come prima". L'appartamento alle sette del mattino, silenzioso, immobile. La colazione in solitudine. Il giornale senza nessuno con cui commentarlo. Il pomeriggio senza alcun motivo per uscire al parco.
Per tre anni aveva vissuto così. E quello era l'ordine.
Ma adesso quell'immagine non gli sembrava più ordine.
Gli sembrava il vuoto.
Giovedì sera Chiara preparava lo zaino. Grigio era seduto lì vicino e seguiva i preparativi con palese inquietudine. Renzo stava sulla porta. Guardava.
«Lascia la bestia», disse.
Silenzio.
Chiara sorrise lentamente. Quel sorriso che si fa quando qualcosa torna al suo posto.
«Va bene, nonno. Lo lascio qui.»
Grigio miagolò. Un colpo secco. Come a mettere un punto definitivo.
Chiara partì venerdì. Renzo in persona le portò lo zaino alla macchina, non permise che lo facesse lei. Sua nipote lo abbracciò davanti al portone, forte.
«Chiama», disse lui.
«Chiamerò. Anche tu.»
«Io non chiamo così, per niente.»
«Nonno. Chiama.»
La macchina partì. Lui restò un attimo fermo. Salì in casa.
Nell'ingresso lo aspettava Grigio.
Renzo si tolse le scarpe. Appese la giacca.
«Adesso saremo in due», disse.
Grigio miagolò.
«E va bene.»
L'ordine rimase. Sveglia alle sei, colazione alle sette. Le passeggiate tre volte al giorno, anche quella diventò una regola, solo nuova. Il giornale per terra, in un angolo, cosa ovvia.
La mattina, a colazione, Renzo leggeva il quotidiano ad alta voce. La situazione internazionale, le notizie di quartiere, ogni tanto il meteo. Grigio si sedeva lì accanto e ascoltava, serio, con la testina inclinata un po' a destra.
La sera Grigio gli saltava in grembo, sulle ginocchia. Lui spegneva la luce. Quello respirava piano, regolare. Renzo stava lì disteso e ascoltava.
Silenzio. Ma non il vuoto.
Era tutta un'altra cosa.
