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La presa di Eleonora si allentò di colpo

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La presa di Eleonora si allentò di colpo. Il suo volto, un attimo prima una maschera di rabbia e aristocrazia, sbiancò come cera. Senza dire una parola, trascinò Chiara per un braccio dentro uno studio privato lì vicino, chiudendo la pesante porta di quercia con un tonfo sordo.

Con le mani che le tremavano visibilmente, la donna anziana si avvicinò a una cassaforte a muro, abilmente nascosta dietro un arazzo fiammingo. Inserì la combinazione, estrasse un astuccio di pelle logora e lo aprì sotto la luce fioca di una lampada da tavolo.

Chiara smise di respirare.

Sullo specchio di velluto blu riposava un pendente identico. Stesso taglio a goccia del rubino, stessa complessa incastonatura in oro rosa antico a forma di foglie d’ulivo.

«È uno scherzo?» mormorò Chiara, indietreggiando istintivamente. «Che cos’è questo?»
«Questo gioiello l’ho fatto forgiare io stessa da un maestro orafo a Ponte Vecchio,» sussurrò Eleonora, la voce rotta da un pianto secco e antico. «Ne chiesi solo due esemplari. Uno per me, e uno…» Alzò gli occhi, e nel suo sguardo non c’era più traccia di superiorità. Solo un abisso di terrore, incredulità e una speranza disperata.

Il silenzio nello studio divenne assordante, rotto solo dal respiro affannoso di entrambe. Chiara si portò le mani al collo, stringendo la pietra per difenderla. «Cosa significa? Spiegatevi.»

Eleonora si appoggiò alla scrivania, come se le gambe non la reggessero più. «Ventidue anni fa, durante un ricevimento proprio in questa villa, una bambina sparì nel nulla dalla sua culla. La polizia dragò l’Arno, setacciò le colline. Niente. Solo polvere.»

L’aria nella stanza sembrò improvvisamente gelare.

«Quel pendente che porti…» continuò la donna, con le lacrime che ora le rigavano il trucco perfetto, «era il suo. Lo aveva al collo la notte in cui me la portarono via.»
«Lei è pazza,» sbottò Chiara, la voce che tremava. «I miei genitori mi hanno cresciuta a Napoli, so benissimo chi sono!»
«Ne sei davvero sicura?» la interruppe Eleonora, facendo un passo lentissimo verso di lei. «I tuoi “genitori” ti somigliano?»

Chiara strinse la pietra. All’improvviso, un’ondata di dettagli dissonanti la travolse: le foto di famiglia in cui lei stranamente non compariva mai da neonata, la totale assenza di certificati medici della sua prima infanzia, le risposte nervose ed evasive di chi l’aveva cresciuta. Tutto iniziò a vacillare.

«Dimmi una cosa,» sussurrò Eleonora, arrivando a un palmo dal suo viso. «Se è come dici tu… qual è il tuo primo ricordo in assoluto? Cosa ricordi della tua vita prima di compiere cinque anni?»

Chiara aprì la bocca per rispondere, per zittirla con un ricordo felice: una torta, un triciclo, la voce di sua madre.
Ma non uscì alcun suono.
Nella sua mente c’era solo il buio. Un vuoto assoluto, profondo e spaventoso. E la consapevolezza, fredda come il metallo sulla sua pelle, che l’intera sua vita si era appena sbriciolata.

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