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Lo lasciarono legato a un albero, ridendo di lui. Poi dal buio uscì l’orso…

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Nicola Ferri aveva cinquantasette anni e di quei boschi conosceva ogni ansito. Da trent’anni faceva il guardaparco nel cuore del Parco Nazionale d’Abruzzo, tra Villetta Barrea e Opi, e quando all’alba di un martedì di ottobre notò le tracce fresche di un fuoristrada sul sentiero sterrato che portava alla Fonte della Tornareccia, lo stomaco gli si chiuse. Lì i mezzi a motore erano vietati da sempre. E l’unico motivo per forzare quel passaggio alle sei del mattino era uno solo.

Si mise lo zaino in spalla, controllò la radio e imboccò il sentiero a piedi. Il sole filtrava a stento tra i faggi, l’aria sapeva di muschio e di funghi. Dopo neanche un chilometro udì il colpo. Secco, inconfondibile. Un fucile da caccia.

Nicola accelerò, badando a restare nel sottobosco. In una radura a ridosso della faggeta trovò quello che temeva.

Un grosso cervo maschio, abbattuto, giaceva su un fianco con la lingua viola tra i denti. Tre uomini stavano già legando le zampe per caricarlo sul retro di un Defender grigio. Fucili appoggiati al cofano. E uno dei tre Nicola lo riconobbe subito: Tonino Di Gennaro, quarant’anni, bracconiere incallito, già beccato due volte con i lacci per i cinghiali.

— Fermo lì. Armi a terra. Ho già chiamato i carabinieri forestali — la voce di Nicola uscì più ferma di quanto si sentisse.

I tre si girarono. Tonino scoppiò a ridere.

— Oh, guarda chi c’è. Il nonno dei cervi. Tutto solo?

— Non ti conviene, Tonino. Questa volta la frittata è grossa. Spegni il motore e appoggia il fucile.

L’uomo sbuffò, scambiò un’occhiata con i due complici. Erano più giovani, tipi da città, con attrezzatura costosa e l’aria di chi non ha nulla da perdere.

— Uno contro tre, nonno. E senza neanche un bastone. Ti conviene farti da parte.

Nicola non si mosse. Piantò gli scarponi nel terreno.

— Il parco è più grande di voi tre.

Fu tutto in un attimo. Tonino fece un cenno e gli furono addosso. Nicola reagì, riuscì a mollare un gancio che fece vacillare il più giovane, ma il terzo gli piantò una ginocchiata nello stomaco. Lo piegarono, lo bloccarono con le braccia dietro la schiena. Sentì il morso di una corda da montagna attorno ai polsi. Stessa corda con cui avevano legato il cervo.

Lo trascinarono di peso fino a un vecchio faggio, il tronco largo quanto un uomo, e gli legarono i polsi dietro la corteccia. Giri su giri, nodi tirati con rabbia. Poi gli assicurarono anche le gambe, due giri di corda alle caviglie. Nicola provò a divincolarsi, ma la resina e la tensione gli bloccavano il sangue.

Tonino si avvicinò, si accucciò. Aveva l’alito che sapeva di sambuca.

— Vedi, nonno? Hai voluto fare l’eroe. Adesso stai qui. Se sei fortunato, passa qualcuno entro sera. Altrimenti… sai com’è, qui di notte girano animali affamati.

Sghignazzarono. Caricarono il cervo, salirono sul Defender e sparirono tra gli alberi con il motore che si allontanava come un ronzio cattivo.

Per una decina di minuti Nicola lottò con le corde. Tirava con i polsi, spingeva con le gambe, cercava di ruotare il corpo. Niente. Più si muoveva e più la canapa gli entrava nella carne. Sentiva i polpastrelli diventare freddi. Smise di agitarsi per non peggiorare. Appoggiò la nuca alla corteccia e cercò di ragionare. La radio era nello zaino, caduto a qualche metro, impossibile da raggiungere. Nel parco in quell’ora non passava quasi nessuno. L’unico sentiero battuto dai turisti era dall’altra parte della valle.

Il bosco tornò silenzioso. Solo il vento che frusciava tra le chiome e, in lontananza, il picchiettio di un picchio rosso. Poi, alle sue spalle, un crepitio diverso. Pesante. Rametti spezzati, foglie calpestate. Un respiro grosso, un’esalazione calda.

Nicola girò la testa di scatto.

Dalla macchia di faggi emerse un orso. Un bruno marsicano maschio, imponente come una montagna di muscoli e pelo scuro. Pesava almeno centottanta chili, forse di più. La gobba sul garrese si muoveva lenta a ogni passo. Si fermò a una decina di metri, con il muso che annusava l’aria.

Il guardaparco smise di respirare. Conosceva gli orsi del parco quasi uno per uno, ma questo, così da vicino e in situazione di totale impotenza, gli gelò il midollo. L’animale avanzò di tre passi, abbassò la testa, annusò i suoi scarponi. Poi sollevò il muso e lo fissò dritto negli occhi. Due tondi neri che non esprimevano rabbia né paura, solo una calma animale che faceva più terrore di un ringhio.

— Piano… buono… — sussurrò Nicola, senza quasi emettere suono.

L’orso sbuffò. Poi si alzò sulle zampe posteriori. Dritto, enorme, con le unghie grosse come dita che graffiavano l’aria. La pancia biancastra si gonfiò, il fiato diventò una nuvola nell’aria fresca del mattino. Nicola sentì l’odore selvatico della bestia, una miscela di terra e sangue secco. Strinse le palpebre, la mente gli urlava di scappare ma il corpo era un blocco di ghiaccio. Aprì la bocca per un’Ave Maria che non ricordava più.

E in quel preciso istante, quando tutto sembrava già scritto, il bosco esplose in un fracasso di motore. Il Defender riapparve sulla radura, sterrando e sobbalzando sulle radici. Si fermò a venti metri. La portiera si spalancò. Tonino scese con il fucile in spalla, seguito da uno dei complici.

— Nonno! Ci siamo scordati di salutarti come si deve! — urlò, facendo un passo avanti. Poi vide l’orso.

La risata gli morì in gola.

L’orso, che si era girato verso il rumore, emise un sordo brontolio. La macchina, gli uomini, l’odore di benzina e sangue di cervo dovettero confondergli i sensi. Mosca cieca. Percepì la minaccia ostile.

— Cristo santo, Tonino, spara! — gridò l’altro, indietreggiando verso la macchina.

Il bracconiere alzò il fucile. Nicola cercò di urlare: «No, fermo!», ma la voce gli uscì raspante. Il colpo partì. Un lampo, un boato che squarciò la quiete. La fucilata prese l’orso di striscio sulla spalla sinistra, strappando ciuffi di pelo e brandelli di pelle.

L’animale non scappò. Ruggì. Un verso che non aveva nulla della foresta da cartolina, ma che era pura furia ferita. Si lanciò in avanti con una rapidità innaturale per quella stazza. Coprì la distanza in due balzi.

Tonino non fece in tempo a ricaricare. L’orso gli fu addosso, una zampa lo centrò in pieno petto e lo scagliò contro il cofano del fuoristrada. L’uomo rimbalzò, il fucile volò via. Poi le fauci si chiusero attorno al suo collo. Un suono che Nicola non avrebbe mai più dimenticato, come rami verdi spezzati.

Il complice tentò di fuggire verso il sentiero, inciampò in una radice e cadde. L’orso lo raggiunse prima ancora che potesse rialzarsi. La sua schiena si spezzò sotto il peso della bestia con uno schiocco liquido. Un colpo di artiglio aprì il giaccone come carta velina.

Nicola urlava, strattonava le corde fino a sentire i tendini dei polsi incrinarsi. Non poteva fare nulla se non guardare. Il terzo uomo, quello che non era sceso dalla macchina, fissava la scena dal parabrezza, gli occhi sbarrati. L’orso, ansimante, arretrò barcollando. Aveva una chiazza rossa sul fianco che si allargava a ogni respiro. Si diresse verso il Defender, ci girò intorno, diede una testata poderosa alla portiera, facendo sobbalzare la carrozzeria. L’uomo dentro gridò, mise in moto. Le ruote slittarono sulla terra, il Defender arretrò, sterzò e scomparve tra i faggi con uno stridio di lamiere graffiate.

L’orso restò nella radura. Vacillò. Nicola lo vide guardare verso i due corpi immobili, poi verso di lui. Il muso era sporco di sangue, la schiena curva come se ogni movimento costasse una fatica immane. Si lasciò ricadere a terra, sulle quattro zampe, con un gemito. Poi, lentamente, si allontanò zoppicando verso il folto del bosco. Dietro di sé lasciava una scia di gocce scarlatte sulle foglie secche.

Il silenzio che seguì parve ancora più rumoroso. Nicola rimase solo, con il tanfo del sangue e della polvere da sparo che gli impastava la gola. Davanti ai suoi piedi, a pochi metri, i due uomini erano immobili. Il vento sollevò una ciocca di capelli dell’uomo più giovane, ma non si mosse altro.

Passarono due ore, forse tre. Il sole era ormai alto quando voci e passi affrettati ruppero l’incantesimo. Una pattuglia di colleghi, allarmati dal mancato rientro di Nicola, aveva seguito le tracce del fuoristrada. Trovarono il guardaparco ancora legato al faggio, con gli occhi fissi nel vuoto e le labbra bluastre. Tagliarono le corde, lo coprirono con una coperta termica, chiamarono l’elisoccorso.

Nei giorni successivi i carabinieri trovarono il Defender abbandonato sulla strada per Castel di Sangro. Il terzo uomo, denunciato in ospedale per le ferite da schegge di vetro, raccontò tutto. L’orso non venne mai più avvistato. Qualcuno nel paese mormorò che si era nascosto in qualche grotta a leccarsi le ferite. Nicola non lo disse a nessuno, ma tutte le notti lo rivedeva alzarsi sulle zampe, con quegli occhi neri che parevano sapere già come sarebbe andata a finire.

Tornò in servizio a primavera, dopo mesi di fisioterapia alle mani. Ma non mise più piede nella radura della Tornareccia. E quando il vento portava odore di muschio e resina, si fermava e restava in ascolto, come se aspettasse qualcosa, o qualcuno, che non sarebbe mai più tornato.

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