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La bottega di Vercelli non si tocca

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Il portone di ferro battuto della bottega si aprì alle sette e un quarto, e Rosanna Bertolini capì subito che qualcosa non tornava: il lucchetto era diverso, ottone nuovo al posto del vecchio Yale arrugginito che apriva da vent'anni.

Provò la chiave lo stesso. Non entrò.

Dietro di lei, in via Cavour, il fornaio stava tirando su la saracinesca e l'odore di pane appena sfornato le arrivò addosso mescolato al freddo di ottobre. Rosanna aveva sessantotto anni, un cappotto verde bottiglia comprato l'inverno prima e in tasca la chiave di una falegnameria che, a quanto pareva, non era più sua.

Chiamò il figlio. Tre squilli, poi la voce di Ettore, impastata di sonno.

«Mamma, sono le sette. Che c'è.»

«C'è che non entro in bottega. Hanno cambiato la serratura.»

Silenzio lungo, di quelli che dicono più delle parole.

«Ne parliamo dopo» disse lui, e riattaccò.

Rosanna restò lì, sul marciapiede, con la borsa della spesa vuota che portava sempre per comprare il caffè da Bruno al bar dell'angolo prima di aprire. Quella falegnameria gliel'aveva lasciata suo marito Learco, morto undici anni prima di infarto proprio davanti al banco da lavoro. Undici anni a tenerla in piedi da sola, con l'aiuto di due operai e dei conti che tornavano appena appena.

Tre anni fa Ettore le aveva chiesto di intestargli il cinquanta per cento della ditta. «Per le banche, mamma, per i finanziamenti, così posso comprare la nuova sega a controllo numerico.» Lei aveva firmato dal notaio Griffini in corso Libertà, fidandosi come si fida di un figlio unico.

Non sapeva che sei mesi dopo, con l'aiuto di un altro notaio e di una procura che lei stessa gli aveva firmato per "le pratiche correnti", Ettore si fosse intestato anche l'altro cinquanta per cento, quello di sua madre.

Lo scoprì quella mattina, non dal notaio, ma dalla nuora Simonetta, che alle otto meno un quarto arrivò con la Panda grigia e parcheggiò proprio davanti alla vetrina, dove un tempo campeggiava la scritta FALEGNAMERIA BERTOLINI e ora c'era un cartello nuovo, plastificato: BERTOLINI ARREDI – E. BERTOLINI.

«Rosanna» disse Simonetta scendendo dalla macchina, il cappotto cammello ben abbottonato, gli occhiali da sole già calati anche se il sole a quell'ora filtrava appena tra i palazzi. «Non fare scenate, per favore. I ragazzi hanno appena portato via i bambini per la scuola, non c'è bisogno che tutto il quartiere stia a guardare.»

«Il quartiere mi conosce da quarant'anni, Simonetta. Sono io che ho tenuto aperta questa bottega mentre Ettore era all'istituto tecnico e mentre tu frequentavi l'università a Torino con i soldi che le usciva questo laboratorio.»

«Le cose sono cambiate. Ettore ha investito, ha rischiato, ha messo la faccia con le banche. Tu prendevi la pensione di reversibilità e un piccolo stipendio, lasciavi fare a lui i conti da un anno.»

Rosanna guardò la vetrina. Dentro, tra le assi di rovere accatastate e l'odore di vernice che sentiva anche da fuori, vide Marco, uno dei due operai storici, che spostava lo sguardo altrove appena si accorse di essere osservato.

«Fammi parlare con mio figlio» disse Rosanna. «Faccia a faccia.»

«Ettore ha detto che ti chiamerà lui, quando ha un momento.»

«Un momento. Undici anni di lavoro, e un momento.»

Tornò a casa, un appartamento al terzo piano di via Solferino con vista sul campanile di San Cristoforo, e per due ore non fece altro che aprire la scatola di latta dove teneva le carte vecchie. Ricevute, buste paga degli operai firmate da lei, la fattura del 1987 per l'acquisto della prima pialla elettrica, foto di Learco col grembiule blu davanti alla sega circolare.

Alle undici arrivò Ettore, da solo, senza citofonare: aveva ancora le chiavi di casa.

«Mamma, ti prego, capisci la situazione. Con la quota tua la banca mi chiedeva garanzie che non riuscivo a dare, i debiti dei fornitori erano intestati a te, se fallivamo perdevi tutto anche tu. Ho sistemato le carte per proteggerti, in un certo senso.»

«Proteggermi cambiando il lucchetto senza dirmelo? Proteggermi mandando tua moglie a farmi la ramanzina sul marciapiede?»

«Simonetta è stata brusca, lo so, gliel'ho detto anch'io. Ma la sostanza non cambia. La bottega ora regge sui numeri miei, sul mio nome con le banche. Tu hai la pensione, hai la casa, non ti manca niente.»

«Mi manca il posto dove tuo padre è morto lavorando, Ettore. Mi manca sapere che quello che ho costruito con lui non finisce nelle mani di uno che non sa nemmeno il nome del legno con cui lavora.»

Lui non rispose. Guardò l'orologio, disse che doveva tornare, che i clienti aspettavano un preventivo per delle ante su misura, e se ne andò lasciando la porta accostata.

Rosanna rimase seduta al tavolo della cucina fino a sera, con la scatola di latta aperta davanti a sé e il telefono in mano. Poi fece una telefonata, non al figlio, non alla nuora: chiamò l'avvocato Adele Ferraris, che aveva conosciuto anni prima per una controversia con un fornitore, e le chiese un appuntamento per il giorno dopo, il prima possibile.

L'avvocato Ferraris studiò le carte per quaranta minuti, in silenzio, mentre Rosanna sedeva composta sulla sedia dello studio in piazza Cavour, le mani sulla borsa.

«Signora Bertolini, la procura che ha firmato per "le pratiche correnti" è stata usata per un atto di cessione di quote che, a rigore, richiedeva un mandato specifico. Questo è un vizio serio. Possiamo impugnare il trasferimento e chiedere l'annullamento davanti al tribunale civile.»

«Quanto tempo ci vuole?»

«Mesi, forse un anno se lui fa resistenza. Ma c'è una strada più rapida, se lei preferisce non trascinare suo figlio in tribunale: la clausola statutaria che avevate messo nel duemilaquindici, quella sulla prelazione tra soci in caso di controversia. L'ha dimenticata anche lui, probabilmente, perché prevede che in caso di contestazione formale della cessione, l'attività torni sotto amministrazione controllata finché non si risolve la vertenza. Nel frattempo nessuno dei due può disporre dei beni della ditta: né vendere il capannone, né accendere mutui, né liquidare l'inventario.»

Rosanna restò un attimo con gli occhi fissi sulla fotografia di Learco che teneva sempre in borsa, quella con il grembiule blu.

«Blocchiamo tutto» disse. «Da domani.»

La lettera dell'avvocato Ferraris arrivò alla bottega tre giorni dopo, protocollata e con ricevuta di ritorno: contestazione formale della cessione di quote, richiesta di amministrazione controllata ai sensi dell'articolo statutario, e comunicazione alla Camera di Commercio di Vercelli per la sospensione cautelare di ogni operazione societaria.

Ettore la lesse in piedi, davanti al bancone, con Marco e l'altro operaio, Dino, che facevano finta di controllare delle misure su un'anta per non guardarlo in faccia. Il preventivo per le ante su misura, quello dei clienti che "aspettavano", restò a metà: senza firma della ditta valida, la banca bloccò anche l'anticipo sulla fattura già emessa.

Chiamò la madre nel pomeriggio, la voce diversa da quella di sette giorni prima.

«Mamma, cosa hai fatto. Mi hanno bloccato tutto, la Camera di Commercio, la banca, tutto fermo.»

«Ho fatto quello che dovevo fare undici anni fa, forse: farmi rispettare.»

«Così mandi in rovina l'azienda, mandi in rovina anche te.»

«L'azienda non va in rovina restando ferma qualche mese, Ettore. Va in rovina se resta nelle mani di chi ha falsificato l'uso di una procura per prendersi quello che non gli spettava.»

Silenzio, di nuovo. Ma stavolta non riattaccò.

«Cosa vuoi» disse infine, e nella voce c'era qualcosa che assomigliava, per la prima volta in tanto tempo, a un ragazzo che chiede scusa.

Rosanna gli diede appuntamento per il sabato mattina, non a casa, non in bottega: al bar di Bruno, quello dove comprava il caffè da vent'anni, tavolino d'angolo, quello vicino alla vetrata che dà su piazza Cavour.

Arrivò con dieci minuti d'anticipo e portò con sé la scatola di latta, non tutta, solo alcune carte: la fotocopia dell'atto originale del duemilaquindici con la sua firma e quella di Learco, la copia della procura contestata, e un foglio scritto a mano dal notaio Griffini che confermava di non aver mai ricevuto mandato per la cessione della seconda quota.

Ettore arrivò da solo, senza Simonetta. Si sedette, ordinò un caffè che non bevve.

«L'avvocato dice che se non ritiro l'atto rischio una denuncia per abuso di procura» disse. «È vero?»

«È vero.»

«E se lo ritiro?»

«Se lo ritiri, riportiamo la ditta al cinquanta e cinquanta come prima, con un atto nuovo davanti al notaio Griffini, quello vero, non quello che ti sei inventato tu. E mettiamo per iscritto che nessuna cessione futura di quote può avvenire senza il consenso scritto di entrambi, controfirmato da un legale terzo. Non mi fido più della parola data a voce, Ettore. Mi dispiace dirtelo così, ma è andata così.»

Lui abbassò gli occhi sulla tazzina. «E la bottega resta aperta.»

«La bottega resta aperta da lunedì, con Marco e Dino che tornano al lavoro, e con me che riprendo le chiavi. Quelle vere, non quelle del lucchetto nuovo che hai messo tu.»

Firmarono l'atto correttivo il martedì successivo, nello studio del notaio Griffini in corso Libertà, con l'avvocato Ferraris presente come garante della clausola aggiuntiva. Simonetta non venne. Ettore firmò con la mano che tremava appena, poi restituì a sua madre un mazzo di chiavi: quelle nuove, ottone lucido, del lucchetto che aveva fatto montare senza dirle niente.

Rosanna le mise nella tasca del cappotto verde bottiglia, la stessa di quella mattina d'ottobre, e il mercoledì dopo aprì lei il portone della bottega, alle sette e un quarto come sempre, prima ancora che il fornaio tirasse su la saracinesca in via Cavour.

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