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Le chiavi di via Scarlatti 12
Il custode del condominio giurava che il portone di via Scarlatti pesava il doppio, quel pomeriggio di ottobre. Marta Bellini lo tenne aperto con la spalla mentre suo figlio Nico, quattordici anni, trascinava una borsa da hockey stipata di vestiti spiegazzati verso il taxi che li aspettava con le quattro frecce accese.
"La ricevi tu, la pigione di novembre?" chiese Marta al portiere, senza aspettarsi risposta. Lui alzò le spalle e tornò a spazzare le foglie di platano dall'androne.
Era successo tre giorni prima, in tribunale a Bergamo. Un'aula piccola, con l'aria condizionata che ronzava troppo forte e un giudice, la dottoressa Ferraro, che si era tolta gli occhiali per fissare Nico dritto negli occhi.
"Confermi di voler stabilire la residenza presso tuo padre?"
"Sì. Con papà e Bea si sta bene. Nessuno mi rompe con la matematica," aveva detto Nico, dondolandosi sulle Nike appena comprate — centoventi euro, regalate esattamente il giorno prima dell'udienza. Da mesi suo padre, Davide Conti, non si era ricordato nemmeno del numero di scarpe del figlio.
Marta aveva stretto il bordo del banco fino a far scomparire il colore dalle nocche. La penna le era scivolata di mano, rotolando sul pavimento con un rumore secco che nessuno raccolse.
Davide, seduto due file più in là, si era aggiustato il polsino della camicia con un gesto lento, quasi teatrale. Al suo fianco, l'avvocato aveva parlato di "scelta consapevole del minore" e di "ambiente familiare sereno, senza pressioni." Marta aveva sbottato: "Quale pressione? Io chiedo solo che studi! È in terza media, ha quattro insufficienze nella pagella di ottobre." La giudice l'aveva zittita con un colpo secco della penna sul tavolo.
Davide si era alzato, sospirando come un uomo esausto da mesi di battaglie. "La mia ex moglie è ossessionata dal controllo. Ripetizioni, corsi, rimproveri continui. Per lei Nico è un progetto, non un figlio. Con me e Beatrice avrà libertà e ascolto."
Libertà. Sei mesi prima Davide se n'era andato con Beatrice, ventisette anni, lasciando a Marta il mutuo della casa di via Scarlatti e un figlio in piena adolescenza. Gli alimenti arrivavano col contagocce: quattrocento euro al mese, quando arrivavano. Ma bastò che Marta presentasse domanda per un assegno fisso di novecento euro perché Davide reagisse con una controdomanda: la residenza del minore presso di lui. Se Nico viveva con il padre, era Marta a dover pagare. Il conto tornava, semplice e crudele.
"Nico, ti rendi conto che tuo padre non vuole pagare, vero?" gli aveva detto Marta, guardandolo dritto in faccia.
"Mamma, basta. Papà ha ragione, tu sei sempre scontenta di tutto. Bea è forte, ieri abbiamo giocato alla PlayStation fino all'una e ci ha ordinato la pizza."
La giudice aveva battuto il martelletto: residenza stabilita presso il padre.
E ora, tre giorni dopo, quella borsa da hockey ammaccata contro lo stipite della porta, e Davide che entrava in casa senza suonare — aveva ancora le sue vecchie chiavi, non le aveva mai restituite dopo la separazione — con Beatrice dietro di lui, profumo di vaniglia troppo dolce, naso all'aria davanti all'ingresso stretto.
"Tesoro, pronto? Il taxi aspetta, Bea ti ha già preparato la cameretta," aveva detto Davide, allegro.
"Quasi, papà, cerco solo il caricabatterie del portatile."
Marta si era messa davanti a lui. "Lunedì ha da consegnare la ricerca di storia. Ho già pagato la ripetizione di chimica, tre lezioni anticipate, sessantacinque euro. Il mercoledì alle sei."
"Marta, respira. Che ripetizioni. Il ragazzo deve ambientarsi," aveva risposto Davide, facendo girare il telefono tra le dita.
"Ambientarsi a cosa? All'idea che non serve fare niente?" Le era incrinata la voce. "Ha l'allergia agli agrumi, le pastiglie sono nel cassetto del bagno. La sveglia scuola è alle sette e un quarto."
Beatrice aveva schioccato la lingua, sistemandosi la piega perfetta. "Marta, esagera sempre. Nico è grande. Ci troveremo, l'importante è la fiducia, non le sue regole ferree."
Nico era uscito dalla stanza trascinando la borsa, lo zaino con la console a tracolla. "Mamma, non vado in galera. Passo la domenica per il minestrone," aveva detto, ridendo della propria battuta. Davide gli aveva dato una pacca sulla spalla. "Andiamo, campione. Ci aspettano gli hamburger."
La porta si era chiusa con un tonfo. La serratura aveva scattato. Marta era rimasta sola nel corridoio vuoto, seduta sul pouf delle scarpe, ad ascoltare il rubinetto della cucina che perdeva goccia dopo goccia. Non aveva pianto. Dentro c'era solo un vuoto che suonava, come una campana battuta senza rintocco.
Quella stessa sera Marta aveva fatto una cosa che non aveva pianificato, ma che le era venuta chiara come un ordine: aveva chiamato il fabbro di zona, quello dietro l'edicola di piazza Cavour, e gli aveva chiesto di cambiare la serratura di via Scarlatti 12 entro le nove. Il fabbro, un uomo con le mani grosse e la tuta blu, aveva impiegato quaranta minuti. Le nuove chiavi — tre copie, in una bustina di plastica — le aveva messe nel cassetto della scrivania, sotto i documenti del mutuo.
Non era vendetta. Era la fine di un equivoco che durava da sei mesi: Davide che entrava e usciva come se quella casa fosse ancora sua, mentre lei pagava il mutuo intera, tremila e duecento euro l'anno di IMU compresa, da sola.
Le settimane successive Marta non chiamò Nico. Non per punirlo — perché non sapeva più che voce usare con lui. Rispose invece a un messaggio della professoressa di matematica, la signora Longhi, che chiedeva se il ragazzo stesse bene: quattro assenze non giustificate in due settimane. Marta scrisse solo: "Vive con il padre da ottobre, chieda a lui." Non ebbe risposta.
A metà novembre arrivò una raccomandata dall'avvocato di Davide: richiesta formale di assegno di mantenimento, novecentocinquanta euro al mese, comprensivo di quota scolastica e attività extra. Marta la lesse due volte, seduta al tavolo della cucina, con la caffettiera che fischiava dietro di lei e nessuno a spegnere il fuoco.
Chiamò la sua avvocata, l'avvocata Sirena Palumbo, uno studio in centro sopra la farmacia di corso Palestro. Le disse una cosa sola: "Voglio vedere tutti gli estratti conto di Davide degli ultimi due anni. Tutti."
Ci vollero sei settimane. Palumbo trovò quello che Marta sospettava da tempo: Davide incassava in nero lavori di consulenza per un'agenzia immobiliare di Beatrice, sotto forma di bonifici a nome della sorella di lei. Ventimila euro non dichiarati in dodici mesi. Con quella prova in mano, la richiesta di assegno da parte di Davide perse consistenza davanti al giudice: chi nasconde reddito non può pretendere un contributo calcolato su un reddito dichiarato più basso del reale.
L'udienza di revisione si tenne a febbraio. Nico, ora alto quasi quanto suo padre, sedeva sul banco dei testimoni con la faccia di chi ha già ascoltato troppe voci diverse in casa. Beatrice non venne: era già andata via da tempo, dopo che Davide aveva smesso di poter permettersi la vacanza a Ibiza promessa e i due avevano litigato per un affitto non pagato.
Marta non chiese di riprendersi il figlio con urla o ricatti. Portò in aula una cartellina verde, quella con l'elastico agli angoli, dentro la copia degli estratti conto, la pagella di Nico — tre insufficienze, non più cinque, ma sempre lontano da come era prima — e una lettera scritta a mano, letta dal giudice in silenzio: la richiesta di tornare a valutare l'affido, non per riprendersi il ragazzo con la forza, ma perché ci fosse davvero una scelta, informata, e non un accordo su chi doveva pagare le bollette.
Il giudice dispose un colloquio riservato con un'assistente sociale. Nico, senza il padre ad ascoltare dietro la porta, disse una cosa che nessuno si aspettava: che a casa di Bea, ora sola con suo padre, si mangiava spesso solo pane e affettati, che il padre lavorava fino a tardi e lui restava da solo davanti alla console, e che gli mancava — lo disse proprio così — "il rumore della cucina di mamma quando cucina, anche se poi rompe con i compiti."
Non ci fu un colpo di scena in aula, nessun applauso. Solo un decreto, firmato tre settimane dopo, che riportava la residenza abituale del minore presso la madre, con visite regolari al padre nei weekend alternati.
Il giorno del rientro, Marta non cambiò di nuovo la serratura per festeggiare, né fece un discorso. Aprì la porta di via Scarlatti 12 con la sua chiave, quella nuova, l'unica ancora in circolazione — le altre due copie del fabbro le aveva già consegnate all'avvocata, per la pratica, e a nessun altro. Mise sul tavolo la cartellina verde, ancora aperta sulla pagina degli estratti conto, e disse a Nico solo: "I libri di algebra sono ancora dove li avevi lasciati." Lui li guardò, poi guardò lei, e senza dire niente andò a prenderli dallo scaffale.
