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Il tovagliolo di carta di Marta
Faccio la cassiera al bar-tabaccheria di via Solferino da nove anni, un turno che comincia alle sei e mezzo e finisce quando finisce, dipende dal viavai. La conosco di vista, la signora Elide, prima ancora di sapere come si chiama: entra ogni mattina alle sette meno un quarto, cappuccino corto e cornetto vuoto, paga con la stessa moneta da due euro tenuta in tasca e non nel borsellino, così non deve cercarla.
L'ho notata perché è una di quelle clienti che salutano tutti per nome — il fruttivendolo di fronte, l'edicolante, persino il vigile che fa la multa alle auto in doppia fila davanti alla scuola materna. Sa i compleanni dei figli delle colleghe. Ha portato le brioche il giorno che è morto il gatto della barista Consuela, senza che nessuno gliel'avesse chiesto. È una che si ricorda.
Quel martedì di settembre pioveva, di quella pioggia sottile che a Torino non finisce mai di decidersi. Io stavo aspettando il cambio turno, avevo già il cappotto sulle spalle, la mente altrove — dovevo passare in farmacia prima che chiudesse. Elide è entrata con l'ombrello rotto, una costola piegata all'infuori, e si è messa in fila come sempre.
Ha ordinato il solito. Poi, mentre aspettava, ha appoggiato le due mani sul bancone di zinco e ci si è aggrappata come se il pavimento si stesse muovendo. Non ha detto niente. Ha solo respirato forte, due volte, guardando il registratore di cassa senza vederlo davvero.
Io ero lì per caso, con la giacca già addosso, la scusa perfetta per andarmene. Avrei potuto far finta di niente — non era il mio turno, non era compito mio. Invece le ho versato un bicchiere d'acqua dal boccale che teniamo dietro il bancone per i clienti anziani, e gliel'ho messo davanti senza dire una parola.
Lei si è girata, quasi sorpresa che qualcuno l'avesse guardata davvero. "Grazie," ha detto, e ha bevuto tutto d'un fiato.
È rimasta ferma un momento, le mani ancora intorno al bicchiere vuoto, come se non sapesse cosa farne del silenzio che le si era aperto addosso. Consuela le ha messo davanti il cappuccino e il cornetto, ha detto "sono tre euro e venti," e Elide ha cercato la moneta da due euro nella tasca del cappotto, poi in quella dei pantaloni, poi di nuovo nella prima. Non c'era.
"Non fa niente," ha detto Consuela, "me li dai domani."
Ma Elide si è messa a piangere. Non un pianto disperato — piano, imbarazzato, delle lacrime che sembravano uscire per conto loro mentre lei continuava a scusarsi. "Scusate, scusate, non so cosa mi prende." Ha tirato fuori un tovagliolo di carta dal dispenser sul bancone e se l'è passato sotto gli occhi, lasciandosi dietro dei piccoli pezzetti bianchi sulle guance.
Ho scoperto dopo, perché è tornata anche il giorno dopo e quello dopo ancora, e piano piano ha iniziato a raccontare — non a me, veramente, ma a Consuela, che con lei ci parla sempre — che aveva due figli, uno al liceo e uno che studiava infermieristica a Bologna, e da quattro anni si occupava anche di sua madre, ricoverata in una casa di riposo a Chieri dopo un ictus. Lavorava part-time in un ufficio anagrafe del Comune. Il marito se n'era andato tre anni prima con una collega, e da allora pagava lei da sola l'affitto della casa in cui erano cresciuti i ragazzi, un bilocale in Barriera di Milano con il termosifone che perdeva e nessuno la richiamava mai per aggiustarlo davvero.
Nessuno le aveva chiesto come stava, mi ha detto Consuela una sera mentre chiudevamo la cassa. Nessuno, in tutti quegli anni. Le chiedevano se poteva accompagnare, se poteva prestare, se poteva restare un'ora in più. Mai come stava lei.
Quel bicchiere d'acqua qualunque, quel gesto che mi era costato dieci secondi e niente, dev'essere stato la prima cosa gratuita che qualcuno le offriva da mesi. Non un favore in cambio di un altro favore. Solo acqua, offerta senza motivo.
Io non ho fatto altro, quella mattina. Sono andata in farmacia, sono tornata a casa, ho fatto la mia vita. Ma da allora, quando Elide entra alle sette meno un quarto, provo a guardarla davvero per tre secondi prima di dirle buongiorno — non il saluto automatico che si dà a chiunque metta piede nel bar, ma un'occhiata vera, per vedere se quel giorno le mani le tremano o no.
Un mese dopo, forse un po' di più, Consuela mi ha detto che Elide aveva chiamato la sorella a Cuneo, quella con cui non parlava da due anni per una storia di eredità mai chiarita del tutto — un terreno dei genitori, tremila metri quadri vicino a Fossano, che nessuna delle due aveva mai voluto vendere per non dare ragione all'altra. L'aveva chiamata e le aveva detto semplicemente: non ce la faccio più da sola con la mamma, dividiamoci i turni in casa di riposo, un weekend a testa. La sorella aveva accettato senza discutere il terreno, senza tirare fuori vecchi conti.
L'ultima volta che l'ho vista, tre giorni fa, Elide è entrata con l'ombrello ancora rotto — non l'ha mai cambiato, quell'ombrello — ma camminava diversa, più dritta. Ha ordinato il solito cappuccino corto, ha pagato con la sua moneta da due euro tenuta in tasca, e mentre aspettava mi ha chiesto come stavo io, con la stessa attenzione con cui chiede tutto: guardandomi negli occhi, aspettando la risposta vera, non quella di cortesia.
Le ho detto che stavo bene. Ed era vero.
