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Un padre, un garage e il silenzio del venticinque ottobre

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A Bracciano, sulle rive del lago, c'è una villetta con le persiane verdi che Ettore Bastiani conosce a memoria: ci abita da quarant'anni. Ha ottantuno anni, Ettore. Ed è lì, con le mani sporche di grasso, che lo hanno fotografato — di sfuggita, da dietro la siepe di lauro — mentre smontava il carburatore della sua vecchia Fiat 128 proprio il giorno in cui suo figlio Daniele avrebbe compiuto cinquantatré anni.

Daniele non c'è più da undici mesi. Un attore, uno di quelli che il pubblico italiano conosceva per le fiction del sabato sera e per una serie di culto trasmessa negli anni Novanta — quella con i cinque amici nel bar di Trastevere, "Caffè Centrale", che ancora oggi va in onda il pomeriggio su qualche canale e fa ridere i ragazzini che non erano nemmeno nati quando andava in onda la prima puntata. È morto in un modo assurdo, stupido, di quelli che lasciano la gente senza parole: un malore in piscina, da solo, in una casa troppo grande per uno che viveva ormai quasi sempre solo.

Nelle foto, Ettore sembra più piccolo di come lo si ricordava. La schiena curva sul cofano, la camicia a quadri che gli sta larga adesso, le mani che tremano un po' mentre stringe la chiave inglese. Non stava facendo niente di speciale: un controllo di routine, la macchina che da anni non si muove quasi mai dal garage. Ma chi lo ha visto quel pomeriggio racconta che si è fermato almeno due volte, immobile, la schiena ancora piegata sul motore, senza toccare nulla per minuti interi. Come se le mani sapessero cosa fare ma la testa fosse altrove.

Non era sempre andata bene tra loro, Ettore e Daniele. C'erano stati anni — tanti, forse sette o otto — in cui non si parlavano se non per Natale, qualche telefonata fredda, due minuti e via. Daniele aveva lasciato Bracciano a diciannove anni per Roma, poi Milano, poi di nuovo Roma, e ogni volta che tornava sembrava portasse con sé un rancore vecchio, mai detto chiaramente, legato forse a quando Ettore lavorava troppo, girava il paese per contratti teatrali, lasciava la madre sola con tre figli e poca pazienza. Cose che non si dicono mai del tutto, ma che restano incollate addosso.

Poi, negli ultimi tre anni, qualcosa si era sciolto. Daniele aveva ricominciato a chiamare il sabato, senza motivo, solo per sapere come stava il lago, se il garage perdeva ancora acqua dal tetto. Erano andati insieme a pescare due estati fa, foto sul telefono di Ettore che nessuno ha mai visto, perché lui non le mostra a nessuno. L'ultima volta che si erano visti di persona era stato a settembre, due settimane prima della morte di Daniele: una cena a base di coda alla vaccinara in quella stessa cucina, e una foto — quella sì pubblica, postata dalla nipote di Ettore su Instagram — dei due abbracciati sulla porta di casa, sorridenti, come se avessero finalmente chiuso un conto rimasto aperto per troppo tempo.

A novembre, dopo il funerale, erano arrivati gli avvocati. Non per Ettore — per la casa di Milano, per i diritti di immagine, per quella cosa complicata che è l'eredità di chi ha lavorato in televisione per trent'anni senza mai metterla su carta in modo chiaro. C'era un fratello di Daniele, Massimo, che viveva a Torino e che non si era praticamente mai fatto vedere in quegli ultimi anni di riconciliazione, e che invece si era precipitato appena si era parlato di quote e percentuali. Voleva vendere tutto, subito: l'appartamento, i diritti sulle repliche di "Caffè Centrale", persino un piccolo terreno agricolo vicino a Civitavecchia che Daniele aveva comprato pensando, diceva sempre, "a quando sarò vecchio anch'io."

Ettore non aveva detto una parola per settimane. Aveva lasciato che l'avvocato di famiglia, la dottoressa Lanciani, gestisse le carte, mentre lui restava a Bracciano a riparare quella macchina che non serviva a niente. Ma la mattina del ventuno ottobre, quattro giorni prima del compleanno di Daniele, Massimo si era presentato al garage con un notaio e una proposta scritta: comprare la quota di Ettore sul terreno di Civitavecchia per una cifra ridicola, ventiduemila euro, prima che la successione si complicasse ulteriormente.

Ettore lo aveva ascoltato fino alla fine, in piedi vicino alla Fiat, le mani ancora unte di grasso. Poi aveva chiesto alla dottoressa Lanciani di prendere la cartella che teneva già pronta sul tavolo della cucina — non un gesto improvvisato, ce l'aveva lì da giorni. Dentro c'era l'atto di proprietà del terreno, già intestato a nome della fondazione che Daniele aveva iniziato a costituire in segreto negli ultimi mesi di vita, quella per i ragazzi del centro diurno di Bracciano dove lui stesso, da bambino, aveva fatto teatro gratis con un prete che si chiamava don Aldo.

"Non è mai stato tuo da vendere," aveva detto Ettore a Massimo, senza alzare la voce, "e adesso non lo è nemmeno mio. È già di chi deciderà di usarlo." Aveva firmato la cessione finale davanti al notaio lì, sul cofano della macchina, con la stessa penna che usava per compilare il libretto di manutenzione. Massimo era rimasto a guardare la firma, poi se n'era andato senza dire più niente, la portiera della sua Audi chiusa con un colpo secco che si è sentito fino al cancello.

Quel pomeriggio, dopo che tutti se n'erano andati, Ettore è tornato al motore della 128. Ha stretto l'ultimo bullone, ha chiuso il cofano. E per la prima volta da undici mesi, dicono i vicini, lo hanno sentito fischiare — piano, quasi per sbaglio — la sigla di "Caffè Centrale", mentre rimetteva gli attrezzi nella cassetta di metallo che era stata di suo padre.

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