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La porta sbagliata
Il campanello suonò proprio mentre Giulia stava sciacquando lo shampoo dai capelli di Camilla. Imprecò sottovoce, avvolse la bambina in un asciugamano con le giraffe — perché a tre anni, Camilla accettava solo asciugamani con le giraffe — e andò verso la porta strascicando i piedi nudi sul pavimento di gres gelido dell'appartamento al Corvetto, a Milano.
Aprì e si irrigidì.
Eccola lì. Donna Rosanna, la sua ex suocera, avvolta in un profumo troppo costoso per un giovedì pomeriggio qualunque e con quelle labbra tinte di un rosso che a Giulia era sempre parso adatto a una signora che va dal medico per litigare, non per curarsi. Erano due anni che non la vedeva. Due anni esatti, da quella notte di agosto in cui la donna era rimasta a guardare il figlio che infilava le cose di Giulia in sacchi neri della spazzatura, senza muovere un dito per fermarlo.
— Ah, Giulia, che bello trovarti — la voce le uscì come un fusa, ma gli occhi le scappavano oltre la spalla di Giulia, a cercare qualcosa, qualcuno. — Dobbiamo parlare, tesoro. Della bambina, degli alimenti…
Giulia si appoggiò allo stipite e sentì la pittura scrostata sotto le dita. Il pianerottolo odorava di soffritto di qualche vicino e dei deodoranti da quattro soldi che metteva l'amministratore nelle scale. Dietro di lei, Camilla aveva iniziato a cantare qualcosa su una pecorella nella vasca.
— Alimenti? — Giulia quasi scoppiò a ridere. — Che spasso. In due anni lei non si è ricordata nemmeno come si chiama la bambina, e adesso arriva con la storia degli alimenti.
— Non ci si ricorda di tutto, Giulia, ma sono la nonna.
— No. Lei è la signora che due anni fa mi ha detto che tra me e Marco era finita e che era meglio che me ne andassi per le buone prima che le cose si mettessero male. Testuale. Ha detto "per le buone". Come se fossi un'inquilina scomoda e non sua nuora da cinque anni, incinta di sette mesi.
A donna Rosanna si incrinò qualcosa nell'espressione. Un muscolo della mascella le scattò due volte. Giulia se la ricordava bene, quella smorfia. Era quella che faceva prima di tirar fuori qualcosa di definitivo.
— Ma quello è acqua passata, cara, bisogna perdonare. Marco vuole vedere la piccola. Ne ha tutto il diritto.
— Diritto? — Giulia si incrociò le braccia. — Il giorno del parto, mentre io ero in sala travaglio e lo chiamavo, suo figlio era a Ibiza con l'altra. Lo so perché mi è arrivata una foto di loro due in spiaggia, con gli spritz. Gliel'ha chiesta lei a qualcuno e qualcuno l'ha mandata a me. Milano è un paese, donna Rosanna, e il Corvetto ancora di più. Qui si conoscono tutti.
La donna tentò di sbirciare dentro l'appartamento, e Giulia le bloccò il passaggio col corpo. Dal bagno arrivò uno sciacquettio forte e un grido felice di Camilla.
— È acqua sporca che sta schizzando — disse Giulia senza voltarsi. — E se entra altra acqua sporca qui dentro, dovrò lavare i pavimenti due volte. Lo sa come funziona.
— Non mi stai neanche facendo entrare!
— No.
La parola suonò come un sasso. Donna Rosanna aprì la bocca, la richiuse, e all'improvviso gli occhi le andarono a finire sulla catenina sottile che Giulia portava al collo — una collanina con un ciondolo della Madonna che le aveva regalato sua madre quando era nata Camilla. Rimase a fissarla, come se quella collanina fosse un insulto.
— Sei sempre stata rancorosa, Giulia. Dal primo giorno. Lo dicevo a Marco: "Quella ragazza è rancorosa, guarda come si chiude in silenzio quando le dici qualcosa".
— E Marco le rispondeva: "Ma dai, mamma, piantala". Perché Marco, con lei, non discuteva mai. Quello che diceva lei, lui lo eseguiva a testa bassa. Anche la storia con Valentina. Perché quella sì che le piaceva, vero? Una donna che arrivava già con due figli di un altro. Era perfetta. Così Marco non le dava nipoti "di quella lì".
A Rosanna scappò un rumore strano, qualcosa tra un lamento e una parola a metà. Fuori, in strada, passò una macchina col basso a tutto volume, e i vetri del pianerottolo tremarono per un secondo. Viale Corsica un giovedì come un altro.
— Marco sta soffrendo — disse infine, e la voce le uscì più bassa. — Valentina non vuole avere figli con lui. Dice che ne ha già due e che bastano. E lui passa le serate a guardare vecchie tue foto sul telefono.
— Ah sì? E io che dovrei fare, mandargli un CD di Baglioni così si strugge meglio? Guardi, donna Rosanna, la bambina si chiama Camilla Ferrari Conti. Ferrari come me, Conti come mio padre, che riposi in pace. Il suo cognome non compare da nessuna parte. Marco ha firmato le carte del divorzio senza leggerle, in quello che lei ha chiamato "l'affare migliore della sua vita". Mi ha dato le quote del garage di suo zio a Sesto San Giovanni in cambio di sparire. E io sono sparita.
— Quel garage valeva…
— Valeva la mia tranquillità. Quello valeva. E l'ho preso. Adesso è un'autofficina di detailing. Si chiama "Camilla's Shine". E rende bene, se le interessa saperlo. Ma lei di questo non sa niente, perché non ha mai chiamato per chiedere.
La porta del bagno si spalancò di colpo dietro Giulia, e Camilla apparve correndo, avvolta nell'asciugamano con le giraffe, lasciando una scia di gocce sul pavimento.
— Mamma, mamma, la pecorella è andata nello scarico!
Giulia si girò, la prese in braccio, e la bambina le buttò le braccine bagnate al collo. Odorava di bagnoschiuma alla camomilla e di pelle calda di bimba. La piccola le mise una mano bagnata sulla guancia, e Giulia sentì quel calore minimo, quel peso esatto di ciò che era suo.
— Quella è…? — la voce di donna Rosanna si spezzò di netto.
Camilla girò la testa verso l'estranea, guardò un secondo quella faccia tinta, e senza darle troppo peso, tornò alla sua missione.
— Mamma, la pecorella respira sotto l'acqua?
— No, amore, andiamo a salvarla. Subito.
Giulia fece mezzo passo indietro verso l'interno dell'appartamento. Sulla parete di fondo, vicino al divano a fiori, c'era una foto dei suoi genitori il giorno del battesimo: sua madre con un vestito blu elettrico, suo padre con i baffi curati e un sorriso da orecchio a orecchio, e Camilla al centro, col vestitino bianco che lei stessa aveva indossato da piccola.
— Donna Rosanna — disse, già con la mano sulla porta — lei si è congedata da me due anni fa. Ha detto che era meglio così, che ognuno per la sua strada. E io le ho dato retta. Lei non è la nonna. Lei è la signora che ho conosciuto una volta, e che ha preso le sue decisioni.
— Posso aiutarti con i soldi, con la bambina, con quello che vi serve.
— Quando Camilla aveva tre settimane e io non dormivo, quando non mi veniva il latte e piangevo insieme a lei alle tre di notte, lei non c'era. C'era mia madre, che veniva da Legnano tutti i giorni con il traffico della tangenziale. Mia madre, che mi riempiva il frigo. Mia madre, che è stata la prima a sentirla dire "acqua". Lei no. Lei ha deciso altro. E io non sarò quella che adesso viene a sistemarle la coscienza.
L'ex suocera si portò una mano al petto, esattamente dove Giulia si ricordava che teneva la medaglietta di Padre Pio. Le dita le si chiusero sulla stoffa della camicetta, sgualcendola.
— Voglio solo conoscerla. Un momento. Un minuto.
— E io volevo un marito che non mi tradisse con la donna che sua madre gli aveva scelto. Ma non è andata così. La vita è così, Rosanna. Non si riceve tutto quello che si chiede.
Giulia chiuse la porta senza sbatterla. La spinse solo piano finché la serratura scattò con un clic. Dall'altra parte, per un secondo, non si sentì nulla. Poi, un ticchettio di tacchi strascicato lungo il pianerottolo, e il silenzio denso delle cinque del pomeriggio in un palazzo del Corvetto.
Portò Camilla di nuovo in bagno. Si inginocchiò vicino alla vasca, immerse la mano nell'acqua tiepida e recuperò il giocattolo di plastica dal fondo. La bambina lo afferrò con tutte e due le mani e lo strinse al petto bagnato, cantando di nuovo la canzone della pecorella, stonata a ogni nota.
— Pecorella bella, pecorella bluuu…
Giulia rimase lì, con la manica della camicia inzuppata e le ginocchia che le facevano male contro il pavimento, pensando che entro un'ora sarebbe arrivata sua madre con gli gnocchi fatti come la domenica anche se era giovedì, perché sua madre non aveva mai bisogno di una scusa per fare gli gnocchi. Pensò all'officina che adesso rendeva abbastanza per pagare l'affitto e un po' di più. Pensò alle carte in cui Camilla non portava il cognome di nessuno che non ci fosse stato.
Non c'era rabbia. C'era una porta che si chiudeva, e dall'altra parte restava una signora che adesso camminava verso la fermata del tram con i tacchi storti, ingoiandosi le parole che non aveva detto.
Nella vasca, la pecorella di Camilla galleggiava di fianco, pancia all'aria, estranea a tutto.
In strada, donna Rosanna finì con un piede in una pozzanghera senza volerlo. L'acqua le inzuppò la calza e sentì quel fastidio freddo salirle lungo la caviglia. Si fermò sul marciapiede, cercò il telefono e scrisse a Marco con le dita che le tremavano.
"Non ha voluto. Mi ha cacciata."
I tre puntini di risposta apparvero e scomparvero due volte. Alla fine arrivò il messaggio:
"Te l'avevo detto, ma. Lasciala stare."
Rosanna rimise via il telefono. Chiuse gli occhi un momento, e quello che sentì non fu tristezza: fu un vuoto strano, un'immobilità da pedina che non entra più in nessuna scacchiera. Trentasette anni a lavorare in tintoria per dare tutto a Marco, e adesso lui tornava ogni sera in una casa dove due bambini che non erano suoi lo chiamavano "zio", e dove Valentina lo guardava con lo stesso affetto con cui si guarda un elettrodomestico che funziona ancora ma non emoziona più.
Il tram della linea 27 frenò con uno stridio acido. Donna Rosanna salì, convalidò il biglietto da due euro, e si sedette vicino al finestrino senza guardare niente. Da qualche parte al Corvetto, una bambina di tre anni con l'asciugamano delle giraffe rideva a crepapelle mentre sua madre le faceva le bolle di sapone sul naso.
Quella bambina non sapeva che una nonna piangeva su un tram. E Rosanna, guardando il proprio riflesso nel vetro sporco, capì che quell'ignoranza era la condanna più pulita che le potessero aver inflitto.
Scese in piazzale Argentina col telefono che squillava. Era Valentina.
— Donna Rosanna? Chiedevo se viene a cena, che Marco le ha preso una torta.
— No — disse Rosanna, e chiuse la chiamata.
Attraversò la strada piano, con l'erba dello spartitraffico incolta e ingiallita, e i fari delle macchine che si accendevano nel tramonto milanese. In fondo, il cielo era arancione e viola, come se la città stessa chiudesse un capitolo senza clamore.
Nell'appartamento, Camilla si addormentò prima della favola. Giulia la coprì, spense la luce, e rimase un minuto a guardare il suo respiro calmo. In cucina, sua madre scartò gli gnocchi con la cura di chi maneggia un tesoro. Il vapore salì denso, e l'odore riempì tutto.
— Chi era, tesoro?
— Una signora che vendeva enciclopedie.
Sua madre la guardò, lesse quello che c'era da leggere, e non disse nulla. Mise due porzioni di gnocchi in un piatto e glielo spinse davanti.
Giulia ne prese un boccone, e il sapore del burro fuso le riempì la bocca. Fuori, il claxon di una macchina suonò due volte. Qualcuno gridò qualcosa in dialetto dalla strada. La vita continuava, rumorosa e presente. E dentro, al tavolo della cucina, tre generazioni di donne erano al sicuro.
