Connect with us

IT

Il miracolo nella sala di Lucca

Published

on

La sala dei ricevimenti di Villa Bonsignori brillava di luci dorate quella sera di settembre, il profumo di gigli bianchi che si mescolava a quello del risotto allo zafferano appena servito. Sofia Marchetti aveva diciotto anni e indossava un abito color champagne che le avevano cucito su misura a Firenze, perché quella sera non era una festa qualunque: era il giorno in cui si laureava, l'unica della sua classe al liceo artistico di Lucca a farlo in carrozzina, e suo padre, Gianfranco Marchetti, aveva voluto organizzare qualcosa che somigliasse più a un'incoronazione che a un diploma.

Gianfranco si era fatto da solo. Aveva cominciato vendendo ricambi d'auto in un garage di periferia e adesso possedeva tre concessionarie tra Lucca e Pisa. Era un uomo abituato a controllare ogni dettaglio, e quella serata con centoventi invitati, l'orchestra che suonava Nek e qualche classico di Celentano, le decorazioni affidate alla migliore fiorista della città, era il suo modo di dire al mondo che niente, nemmeno un incidente d'auto di cinque anni prima su una strada ghiacciata vicino a Barga, avrebbe fermato sua figlia.

Fu proprio mentre il DJ annunciava il primo valzer padre-figlia che la porta laterale si aprì e un ragazzo scalzo, con i jeans strappati non per moda ma per l'uso, una felpa grigia sporca di terra e un sacchetto nero stretto in mano, entrò camminando dritto verso la pista. Qualcuno rise, pensando a uno scherzo. La musica si fermò quando il responsabile della sicurezza fece un passo avanti, ma il ragazzo lo superò senza fretta, come se avesse tutto il tempo del mondo, e si fermò davanti alla carrozzina di Sofia.

— Posso avere un ballo? — chiese, con una voce bassa che però arrivò fino in fondo alla sala.

Gianfranco scattò in piedi rovesciando quasi il calice di Franciacorta.

— Chi ti ha fatto entrare?! Fuori da qui, vattene prima che chiami i carabinieri!

— Papà, aspetta. — Sofia alzò la mano guantata. C'era qualcosa in quegli occhi che non aveva mai visto in nessun altro adulto di quella sala piena di avvocati e concessionari. — Lascialo parlare.

Il ragazzo si chiamava Tommaso. Nessuno dei presenti lo sapeva ancora, ma Sofia lo riconobbe in un lampo: era il ragazzo che puliva i vetri delle auto ferme al semaforo di via Fillungo, quello che dormiva sotto il porticato della chiesa di San Michele quando pioveva troppo forte. Lei gli aveva dato una banconota da cinque euro tre settimane prima, dal finestrino della macchina di suo padre, e lui le aveva risposto con un grazie che non suonava come l'elemosina di sempre, ma come una promessa.

— Io posso farti rialzare da quella sedia — disse Tommaso, senza alzare la voce, senza un filo di dubbio.

Un brusio attraversò la sala. Qualcuno rise di nuovo, più nervoso questa volta. Gianfranco fece per intervenire ma sua moglie Carla gli strinse il braccio.

— Vieni a ballare con me — disse Sofia, tendendogli la mano.

Le dita di lei si chiusero attorno a quelle di lui, callose, fredde, eppure sicure. E lì, davanti a centoventi invitati, ai parenti di Prato arrivati in pullman, al prete che aveva appena benedetto la torta a sei piani, Sofia cominciò a spingere con le gambe. I muscoli, atrofizzati da cinque anni di immobilità secondo ogni referto medico dell'ospedale Santa Chiara, tremarono. Tommaso non la tirava: la sosteneva, lasciando che fosse lei a trovare l'equilibrio, un centimetro dopo l'altro.

— Dio santo, si sta alzando — bisbigliò qualcuno vicino al tavolo degli antipasti.

Sofia si ritrovò in piedi, le ginocchia che vibravano, la mano di Tommaso che non lasciava la sua nemmeno per un istante. Gianfranco si portò una mano alla bocca e con l'altra afferrò la tovaglia del tavolo più vicino, trascinando un bicchiere che cadde e si spaccò sul pavimento senza che nessuno ci facesse caso. Carla si era aggrappata allo schienale della sedia vuota e la scuoteva piano, come se dovesse dire qualcosa a qualcuno ma le parole non le uscissero.

Qui, in quella sala di Villa Bonsignori, la storia avrebbe potuto fermarsi a un applauso e a un miracolo da raccontare per anni alle cene di famiglia. Non si fermò.

Due settimane dopo, Gianfranco convocò Tommaso nel suo ufficio sopra la concessionaria di via delle Tagliate. Non per ringraziarlo — per capire. Aveva fatto controllare tutto: i referti del Santa Chiara, il nome del fisioterapista privato che Tommaso vedeva di nascosto tre volte a settimana al centro di riabilitazione di Capannori, pagando con i soldi raccolti lavando vetri e facendo il fattorino in bicicletta per una pizzeria di Borgo Giannotti. Tommaso non aveva fatto nessun miracolo: aveva scoperto, parlando con Sofia al semaforo per settimane, che lei muoveva già le dita dei piedi, che un ortopedico aveva suggerito un possibile recupero parziale mai davvero tentato, perché la famiglia, schiacciata dal dolore, aveva smesso di crederci dopo il primo anno di fisioterapia senza risultati immediati.

— Lei aveva solo bisogno che qualcuno continuasse a provarci — disse Tommaso, seduto scomodo su una sedia troppo piccola davanti alla scrivania di mogano di Gianfranco, le mani tra le ginocchia. — Io una casa non l'ho, signor Marchetti. Ma il tempo sì. E gliel'ho dato.

Gianfranco girò per un po' la stilografica tra le dita, poi la posò di scatto, come se gli pesasse. Apri un cassetto, ne tirò fuori un contratto già pronto e lo spinse sul piano del tavolo, dritto verso Tommaso.

— Firma qui. Magazziniere, concessionaria di Pisa, tempo indeterminato. Mille trecento euro al mese, e c'è un alloggio sopra l'officina che non usa più nessuno da anni. — Si schiarì la voce, due volte. — E impara a usare il muletto, perché a occhio non ne hai mai visto uno.

Sofia continuò la riabilitazione, questa volta seguita ufficialmente da uno specialista dell'ospedale pisano di Cisanello. Il primo passo senza la carrozzina alle spalle lo fece in corridoio, da sola, contro il parere della fisioterapista che le aveva detto di aspettare ancora una settimana: cadde in ginocchio dopo tre metri, imprecò così forte che un'infermiera arrivò di corsa pensando a un malore, e poi si rimise seduta a terra a ridere, con le mani sporche di disinfettante versato da una boccetta rotolata via.

Tommaso non sposò la fiaba che qualcuno in paese provò a raccontare: rimase l'amico che l'aveva creduta capace quando tutti, compreso suo padre, avevano smesso di farlo. Lavorò due anni alla concessionaria, mise via ogni euro che poteva, e con un prestito di Gianfranco aprì una piccola officina di biciclette in via del Teatro, vicino al centro storico. Un sabato di quest'ottobre Sofia ci è passata in bicicletta — una Bianchi azzurra comprata usata — è scesa da sola appoggiando il piede per terra senza cercare nulla a cui aggrapparsi, ed è entrata nell'officina che sapeva di olio e gomma bruciata.

— Hai ancora quella catena da sistemare? — ha chiesto, indicando una bici rovesciata sul banco.

— Da ieri. Dammi un minuto. — Tommaso si è chinato sulla ruota, le mani già nere, senza nemmeno voltarsi, e lei si è seduta sullo sgabello accanto alla porta ad aspettare, come fa sempre.

Click to comment

Leave a Reply

Ваша e-mail адреса не оприлюднюватиметься. Обов’язкові поля позначені *

шість − п'ять =