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Il campanello che Chiara non voleva più sentire
Ho quarantadue anni, lavoro come commercialista a Verona e per tre anni sono entrata in casa di mia madre con le mie chiavi senza mai pensare che potesse essere un problema. Mia madre si chiama Elisa, ha settantotto anni, vive da sola vicino a Porta Palio da quando mio padre è morto, un infarto, undici anni fa. Io abito a dieci minuti, in bicicletta ci arrivo in sette. Dopo l'operazione alla cataratta sono rimasta da lei quattro notti di fila, dormendo sul divano del salotto con la coperta a quadri che odora sempre di detersivo al bergamotto. Quando parte per andare dalla sorella a Bolzano, do da mangiare al gatto e tiro su le tapparelle. Mi sembrava normale. Anzi: mi sembrava quello che una figlia deve fare.
Il giovedì che ha cambiato tutto io l'avevo organizzato come una missione. Avevo il pomeriggio libero dallo studio, avevo comprato le pastiglie lavastoviglie che lei continuava a dimenticare, e avevo in testa una lista: le tende del bagno da lavare, il frigorifero da controllare per le scadenze, due scatoloni di vestiti di papà ancora nel ripostiglio che secondo me andavano portati alla Caritas. Sono entrata senza suonare, come sempre, gridando "Mamma, sono io" mentre posavo le buste della spesa sul tavolo della cucina.
Lei era ancora in vestaglia, seduta davanti al telegiornale delle undici con una tazzina di caffè mezza vuota. C'erano due piatti nel lavandino da il giorno prima, una felpa buttata sulla sedia, le persiane chiuse. Io ho aperto le finestre una dopo l'altra, ho raccolto i piatti, ho detto che il salotto aveva bisogno di una spolverata e che quegli scatoloni nel ripostiglio erano lì da troppo tempo. Non ci ho pensato due volte. Stavo aiutando, no?
Lei si è alzata di scatto, ha appoggiato la tazzina con un colpo secco sul piattino e mi ha detto di sedermi. Ho pensato: ora mi ringrazia. Invece mi ha detto che da quel momento in poi dovevo suonare il campanello prima di entrare. Le ho chiesto perché, quasi ridendo, pensando fosse uno scherzo. Non lo era. Mi ha spiegato che voleva sapere chi entrava in casa sua e quando. Le ho risposto che non ero "chi", ero sua figlia. Lei ha detto che era esattamente quello il problema.
Mi sono offesa, gliel'ho detto chiaro: dopo tutto quello che faccio per lei, ora devo chiedere il permesso per entrare a casa di mia madre? Le ho chiesto se nascondeva qualcosa, se c'era un motivo che non mi stava dicendo. Lei è rimasta zitta un attimo, poi mi ha chiesto se io l'avrei lasciata entrare in casa mia alle nove del mattino con le sue chiavi per dirmi cosa pulire. Ho risposto che non era la stessa cosa. Non sono riuscita a spiegare perché non lo fosse. Me ne sono andata sbattendo la porta, quella porta con la maniglia dorata che cigola sempre un po', e per quasi due settimane ci siamo parlate solo per gli auguri di compleanno di mio fratello.
In quelle due settimane ho rigirato la scena mille volte in testa. Mio fratello Davide, quando gliel'ho raccontata al telefono, mi ha detto una cosa che mi è rimasta addosso: "Chiara, tu entri in casa sua come se fosse ancora la tua cameretta". Mi sono arrabbiata con lui, ma la notte dopo non dormivo e continuavo a pensare ai due piatti nel lavandino, a come li avevo raccolti senza nemmeno chiederle se potevo. Non era la prima volta. Era solo la prima volta che qualcuno — lei — me l'aveva fatto notare.
Sono tornata da lei un sabato, con in mano non una scusa ma un pacchetto di tarallucci comprati al forno sotto casa sua, quello con la saracinesca verde all'angolo di via Pallone. Le ho detto che le chiavi restavano sue, che volevo che le tenesse, che se un giorno non rispondeva al telefono o c'era un'emergenza dovevo poter entrare senza pensarci due volte. Ma che se venivo solo per vederla, volevo che lei sentisse il campanello. Le ho chiesto scusa per gli scatoloni di papà, che non erano miei da decidere.
Lei mi ha guardato a lungo, ha girato il cucchiaino nella tazza senza berlo, e poi mi ha detto una cosa che non mi aspettavo: che da quando papà non c'è più, lei vuole ancora potersi permettere di restare in vestaglia fino a mezzogiorno senza doversi giustificare con nessuno, nemmeno con me. Che a volte entravo in casa sua cercando cosa correggere, come se dovessi controllare che fosse ancora capace di vivere da sola. Io ho abbassato gli occhi sulla tovaglia a fiori, quella con la macchia di caffè che non viene più via da anni, e ho capito che aveva ragione: da quando è rimasta sola ho cominciato a guardare la sua casa come un posto da ispezionare, non più come un posto dove tornare.
Ora suono il campanello. Le prime volte mi sembrava assurdo, stare sul pianerottolo con le mie stesse chiavi in tasca e aspettare che venisse ad aprirmi. Sabato scorso ho suonato con un sacchetto di krapfen ancora caldi, lei ha aperto in vestaglia, i capelli raccolti male, e mi ha chiesto: "Si può?". Le ho detto di sì. Sono entrata, ho visto due tazze sporche nel lavello e per la prima volta non ho detto niente. Mi sono seduta, ho tagliato un krapfen a metà, gliene ho data una parte, e abbiamo parlato d'altro.
Le chiavi sono ancora nel mio portachiavi, vicino a quelle dello studio. Ma adesso quando le tocco penso al campanello, non alla porta.
