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Il BMW sotto la pioggia di Padova

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La pioggia di novembre a Padova non perdona. Chiara Ferretti lo sapeva bene, ma quel martedì aveva lasciato l'ombrello in ufficio, convinta che sarebbe tornata prima del buio. Invece erano le diciannove e trenta, il telefono era scarico da un'ora, e l'autobus numero dodici non arrivava mai. Stava sotto la tettoia di plastica della fermata di via Chiesanuova, i capelli incollati alla fronte, la borsa di finta pelle premuta contro il petto come uno scudo inutile contro l'acqua che scendeva di traverso.

Diciotto mesi prima era certa di aver fatto la scelta giusta della sua vita. Aveva lasciato Marco, suo marito, per un uomo che le prometteva un altro mondo: cene al ristorante, vacanze, un attico in centro, una vita che aveva visto solo su Instagram. Quella sera, fradicia fino alle ossa, si guardava allo specchio sporco della fermata e pensava: mi sono rovinata con le mie mani.

Fu in quel momento che una BMW X5 nera frenò proprio davanti a lei. Il vetro si abbassò.

— Chiara?

Lei alzò gli occhi e smise di respirare. Al volante c'era Marco. L'uomo che non vedeva da quando le carte del divorzio erano state firmate. L'uomo al quale aveva detto, uscendo di casa: "Non sei arrivato a niente, non voglio passare tutta la vita ad aspettare un futuro migliore che non arriva mai".

— Perché sei qui sotto l'acqua?

— Aspetto il bus.

— Sali. Ti porto io.

Non avrebbe dovuto accettare. Lo sapeva. Ma un minuto dopo era seduta sui sedili in pelle, l'odore di un profumo che non riconosceva, il riscaldamento acceso al massimo.

— Come va la vita? — chiese lui, gli occhi fissi sulla strada bagnata.

— Bene.

Lui sorrise appena, senza cattiveria. — Si vede.

Fermi al semaforo davanti al centro commerciale di Camin, Chiara guardò per caso verso il parcheggio e il cuore le si strinse: la Fiat Panda grigia, tenuta insieme con lo scotch sul paraurti, era quella di Davide. L'auto che lui chiamava "provvisoria" da un anno e mezzo, da quando il suo ristorante aveva cominciato a traballare.

Marco non se ne accorse. Guidò ancora pochi minuti e si fermò sotto casa di lei.

— Siamo arrivati.

— Marco… hai un'attività tua adesso?

— Sì. Un'officina. Ho rilevato il primo capannone un anno fa, il mese prossimo apro il secondo.

Chiara scese senza sapere cosa dire. Rimase sotto la pioggerella a guardare i fanali rossi della BMW allontanarsi, e pensò: eccolo lì, il fallito da cui sono scappata.

Erano stati insieme nove anni. Marco lavorava come meccanico in un'officina di Mestrino, non guadagnava granché, non la portava mai in ristoranti costosi, ma non l'aveva mai tradita, mai alzato la voce, mai fatta sentire piccola. Vivevano in affitto in un bilocale a Limena a quattrocentocinquanta euro al mese, mettevano via trecento euro ogni fine mese per comprare casa, e quando lei si scoraggiava lui diceva sempre la stessa frase: "Non importa. Ce la caviamo". Suo padre se n'era andato quando lui aveva dodici anni, lasciando solo un debito con la banca a nome della madre: forse era per questo, pensava Chiara allora, che Marco si teneva stretto ogni euro come fosse l'ultimo.

Poi, al centro fitness dove si allenava, aveva conosciuto Davide Bellan, quarantatré anni, proprietario di due ristoranti in centro storico, sempre vestito bene, sempre con qualcosa da raccontare sui suoi affari.

— Lei merita un'altra vita — le aveva detto la terza volta che si erano incontrati.

— Quanti anni ha suo marito?

— Trentasei.

— E a trentasei fa ancora il meccanico? Vuole aspettare altri dieci anni perché risparmi i soldi per un appartamento?

Quella frase le era entrata dentro come un ago. Nel giro di poche settimane aveva detto a Marco: "Vado via, vado da Davide". Lui non aveva urlato, non l'aveva trattenuta. Le aveva solo chiesto: "Sei sicura?", e quando lei aveva detto sì, l'aveva aiutata a portare la valigia fino al taxi.

Il primo anno con Davide: l'appartamento con vista sul Bacchiglione, i vestiti firmati, due weekend a Venezia, una settimana a Mykonos. Poi i conti dei ristoranti avevano cominciato a non chiudere. Uno chiuso per debiti, l'altro con metà dei tavoli vuoti anche il sabato sera. Per tenerli in piedi, Davide aveva accettato un prestito da un socio di un amico — un certo Luca, gli aveva detto, "uno che investe in mattone ad Abano" — e aveva girato il contatto a Davide senza fare troppe domande, pur di avere i soldi entro venerdì. Vendette la Mercedes per fare cassa — lo disse a Chiara con la ricevuta ancora in mano, come se mostrarla rendesse la cosa meno grave. Poi, una notte, seduto sul divano con la faccia distrutta: "La banca mi prende l'appartamento lunedì. Non ho più niente da offrirti. Puoi anche andartene". Chiara tornò a vivere di stipendio, di autobus, di scontrini del discount — ma ora sapeva come sembrava il lusso, e sapeva quanto in fretta poteva sparire.

Quella sera, dopo aver incontrato Marco, Chiara aprì il computer e cercò il suo profilo. Foto dell'insegna "Autofficina Ferretti & Co.", foto con dieci dipendenti, la BMW nuova, un viaggio in Grecia. Chiuse lo schermo di scatto, come si chiude un cassetto che non si voleva aver aperto, e restò a fissare il proprio riflesso nero sul vetro spento del portatile. Lui non aveva avuto soldi regalati, non aveva fatto promesse da favola: aveva lavorato, risparmiato, rischiato, e non si era mai arreso.

Qualche giorno dopo lo incontrò di nuovo, vicino a un bar in via Altinate.

— Sei dimagrita.

— Forse.

— Marco… volevo scusarmi. Per come sono andata via.

Lui restò zitto per un momento. — È passato un anno e mezzo.

— Lo so. Ma allora ero convinta che fossi un fallito.

— Non eri obbligata ad aspettare. Avevi il diritto di andartene.

— Ti ho fatto male.

— Molto.

— Scusa.

— Ti ho perdonata.

Le lacrime le scivolarono lungo il viso, lì, davanti al bar, e lei si asciugò le guance con il dorso della mano, imbarazzata all'idea che qualcuno dai tavolini potesse vederla. — I primi mesi li ho odiati ogni giorno — disse lui — ma poi mi sono rimesso al banco a lavorare, un'auto dopo l'altra, e a un certo punto ho smesso di contare i giorni.

I mesi successivi, Chiara li passò a rimettere insieme la sua vita pezzo per pezzo: due serate a settimana a un corso di gestione aziendale all'ITS di via Montà, un bilocale in affitto a Rubano da cinquecento euro con le pareti ancora da tinteggiare, un lavoro d'ufficio che le permetteva, per la prima volta da due anni, di arrivare al venti del mese senza controllare il saldo prima di fare la spesa. Davide a volte chiamava chiedendo soldi — "Mi servono trecento euro", "Ho bisogno solo fino a venerdì" — e per un po' lei aveva continuato a fare il bonifico, poi un mese aveva aperto l'app della banca, guardato il numero da digitare, e aveva chiuso l'app senza fare niente.

Una sera, un campanello suonò alla sua porta. Era Marco, con una cartella sotto il braccio e le occhiaie scure di chi non dorme da giorni.

— Mi serve il tuo aiuto.

Lo fece sedere, gli offrì un tè. Lui raccontò di suo fratello Luca: aveva investito quattrocentomila euro in una società che prometteva una quota in un progetto immobiliare ad Abano Terme, firmando un contratto preparato in fretta. La società si era rivelata un guscio vuoto. I soldi, spariti.

— Perché sei venuto da me?

— Perché adesso lavori con contratti e documenti amministrativi. Magari noti qualcosa che a noi è scappato.

Chiara passò venti minuti a leggere le carte, una pagina dopo l'altra, segnando con una matita i punti che non le convincevano. Si fermò su un punto: il bonifico era stato fatto a una persona fisica, non alla società, e l'accordo integrativo era stato firmato e registrato il giorno dopo il versamento.

— Luca ha firmato dopo aver già mandato i soldi. Questo da solo basta a far saltare tutto in tribunale.

Fu lei a notare, scorrendo le pagine una seconda volta, un nome già visto: nei conti correlati elencati dal perito compariva un bonifico in entrata, due anni prima, dallo stesso conto personale dell'imputato verso un certo D. Bellan. Chiara restò a fissare quelle due lettere per un momento, poi disse a Marco: — Conosco questa persona. Posso parlargli io.

Portarono tutto a un avvocato di via Dante. Il caso andò avanti per settimane: deposizioni, un perito contabile, un'udienza dopo l'altra rinviata. Il nome di Davide spuntò tra i movimenti collegati al conto dell'imputato, e l'avvocato voleva convocarlo come testimone — ma Davide non rispondeva al telefono, aveva cambiato numero da mesi. Fu Chiara a rintracciarlo, passando prima da uno dei suoi ex fornitori, poi da un cugino, finché non lo trovò in un bar vicino a Stra, con un caffè freddo davanti e la stessa Panda tenuta insieme con lo scotch parcheggiata fuori.

— Devi testimoniare.

— Non voglio avere niente a che fare con questa storia.

— Il prestito che ti è arrivato due anni fa, quello che hai usato per salvare il secondo ristorante: veniva da lì. Lo sai anche tu.

Lui girò la tazzina sul piattino, senza bere. — Se parlo, qualcuno può venire a chiedermi i soldi anche a me.

— E se non parli, un uomo che conosco da una vita perde quattrocentomila euro per colpa di un contratto fatto apposta per confonderlo. Tu c'eri, in mezzo. Lo sai meglio di chiunque altro come funziona.

Il giorno dell'udienza, Chiara lo vide entrare nell'aula con una cravatta troppo larga per il colletto dimagrito, le mani che non sapevano dove stare sul bordo del banco dei testimoni.

— Lei conosceva l'imputato, signor Bellan?

— Sì. Mi aveva prestato dei soldi, tramite una persona che conosceva, quando i miei ristoranti erano in difficoltà.

— Sapeva che stava usando prestanome per dirottare i fondi degli investitori?

Davide rimase zitto per tre, quattro secondi — il tempo che bastò a Chiara, seduta due file più indietro, per stringere le dita attorno al bordo della borsa. Poi lui disse: — Avevo notato dei movimenti strani su quel conto, un anno fa. Non ho fatto domande. Avevo paura che, se avessi guardato troppo da vicino, qualcuno sarebbe venuto a chiedere i soldi anche a me.

Fu quella frase, pronunciata ad alta voce davanti al giudice, a far girare il processo: il perito riuscì a tracciare i movimenti bancari fino al conto personale dell'imputato, e in tre mesi il tribunale dispose il sequestro dei beni residui. Luca recuperò duecentosessantamila euro dei quattrocentomila investiti.

All'uscita dal tribunale, Chiara trovò Davide seduto su una panchina dei giardini dell'Arena, la giacca abbottonata storta.

— Potevo mentire. Dire che non sapevo niente.

— Perché non l'hai fatto?

— Perché sei venuta a cercarmi fin qui. Non l'avrebbe fatto nessun altro.

Lei non rispose subito. Si sedette sul bordo della panchina, non vicino a lui, e restò a guardare i piccioni che si disputavano un pezzo di pane vicino alle mura. — Non ti sto perdonando per questo. Ma almeno adesso so che eri capace di farlo.

Una sera, al bar sotto i portici di piazza delle Erbe, Marco le si sedette davanti.

— Volevo dirti una cosa. Mi sposo.

Il cuore di Chiara si fermò per un istante. Poi sorrise davvero. — Congratulazioni.

— Ho pensato se dirtelo o no. Non volevo farti male.

— Non me l'hai fatto.

Finì lo spritz con un ultimo sorso, posò il bicchiere vuoto sul sottobicchiere di cartone e si alzò, raccogliendo la giacca dallo schienale della sedia. — Dille che le auguro ogni bene. Davvero.

Uscì sotto i portici, il passo tranquillo, senza voltarsi a guardare se lui la stesse seguendo con gli occhi.

Qualche settimana dopo, Chiara passò davanti all'officina di via Vigonovese per restituire a Marco dei documenti del processo che le aveva lasciato in prestito. Lo trovò al banco, una busta aperta davanti a lui, il viso teso.

— Tutto bene?

Lui le porse la lettera senza dire niente. Era firmata da suo padre. Da quando era sparito di casa, una cartolina a Natale, ogni due o tre anni, niente altro. Adesso scriveva per chiedere un prestito: diecimila euro, per saldare dei debiti di gioco, promettendo di restituirli "appena possibile".

Marco rimase a fissare la firma in fondo al foglio. Chiara gli posò una mano sulla spalla.

— Che farai?

Lui prese la lettera, la ripiegò con cura lungo le pieghe già segnate, e la mise in una cartellina sulla scrivania — non nel cestino, non bruciata: archiviata, come una pratica chiusa. Poi tirò fuori un cacciavite dal cassetto sotto il banco e tornò alla Panda alzata sul ponte, quella che aveva in riparazione da due giorni.

— Gli risponderò che per questa officina ho già pagato io, con dieci anni di lavoro.

Chiara guardò la busta sparire sotto una pila di fatture, poi prese le proprie chiavi dal bancone. Fuori, attraverso la vetrata dell'officina, la pioggia era tornata a cadere su Padova, fine e silenziosa, sulla stessa fermata di via Chiesanuova dove tutto era cominciato.

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