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Il gatto del cortile di via Fratelli Bandiera
Carmela si lamentava sempre quando Nunzio, il portiere del condominio in via Fratelli Bandiera, cominciò a dar da mangiare a quella gatta randagia davanti al portone. "Attira solo topi," ripeteva. Ma nessuno si era mai chiesto perché quella bestiola, ogni santo giorno, andasse a sdraiarsi sempre davanti alla stessa porta.
Nunzio puliva l'androne alle sei del mattino, come sempre. La scopa grattava sul marmo bagnato di umidità, e quel suono era la sveglia non ufficiale dei primi tre piani del palazzo. Era ottobre, e l'aria portava quell'odore di castagne bruciate che si sente solo a Napoli in questa stagione, misto a smog e salsedine.
La gatta era seduta sull'ultimo scalino. Tricolore, le costole visibili sotto il pelo arruffato. Guardava Nunzio con occhi verdi e apriva la bocca senza fare rumore, come se qualcuno le avesse tolto il volume.
Lui si fermò, appoggiò la scopa al muro e si abbassò, sentendo le ginocchia scricchiolare per il freddo del mattino.
«E tu da dove sei spuntata?»
Gli occhi verdi battevano le palpebre. La bocca si apriva e chiudeva, muta.
Il giorno dopo era di nuovo lì. E quello dopo ancora. Nunzio portò da casa una ciotola smaltata e gli avanzi di un pollo arrosto. La gatta mangiò lentamente, le orecchie basse, come se si aspettasse una fregatura. Ma dopo aver mangiato non se ne andava. Saliva le scale e si sdraiava davanti alla porta dell'appartamento 9. Proprio il 9, non l'8, non il 10.
Il terzo giorno Nunzio notò l'abitudine. Il quinto giorno smise di pensare che fosse un caso.
Carmela, quella del quarto piano, scese il lunedì con il sacchetto dell'umido e si bloccò davanti alla ciotola sui gradini.
«Nunzio, ma che fate, un ristorante a cinque stelle per questa bestia?»
«La nutro,» disse lui, alzando le spalle, continuando a scopare.
Carmela non si fermò lì. «E dai, ora cominciamo con le pulci, il pelo dappertutto. I Ferraro al terzo piano hanno un bambino piccolo, ci avete pensato?» Parlava forte, sicura di sé, il profumo dolciastro che copriva anche l'odore dell'asfalto bagnato.
Rocco, quello del secondo piano, fumava sotto la tettoia in tuta. Sghignazzò tra una boccata e l'altra. «Nunzio bello, sei diventato il sussurratore di gatti. Magari ti dice pure i numeri del lotto.»
Nunzio restò zitto un momento. Poi disse, piano, senza guardare nessuno in particolare: «Questa gatta non è arrivata per caso.»
Carmela sbuffò. Rocco tirò un'altra boccata e soffiò il fumo da un'altra parte. «Filosofo,» buttò lì, e se ne andò su per le scale.
La scopa riprese a grattare. La gatta restava davanti alla porta del 9, le zampe raccolte sotto il corpo, lo sguardo fisso sulla soglia. Zitta.
La signora Adelina, quella del 9, viveva sola. Aveva passato gli ottanta, nessuno sapeva di quanto esattamente perché lei non festeggiava compleanni e non riceveva visite. Piccola, asciutta, sempre con lo stesso cappotto grigio e un foulard viola. Prima scendeva ogni mattina per il pane fresco. Nunzio la vedeva aggrapparsi alla ringhiera con entrambe le mani e appoggiare il piede sul gradino con cautela, come se controllasse del ghiaccio.
Tornava con la pagnotta nel sacchetto di carta e una bottiglia di latte. A volte salutava con un cenno, a volte passava in silenzio. Lui provò a ricordare quando l'aveva vista l'ultima volta. Due giorni prima. Forse più.
Da quando sua moglie era morta, quattro anni fa, Nunzio si era trovato spesso ad ascoltare i rumori dietro le porte degli altri. Era diventata un'abitudine.
Al secondo piano si fermò davanti alla porta. La vernice in basso era scrostata fino al legno. Dietro, silenzio. La gatta era seduta ai suoi piedi, fissava la porta senza battere ciglio.
Il mercoledì incontrò Carmela sulle scale.
«Ha visto la signora Adelina di recente?»
«Chi? Ah, quella del 9,» Carmela si sistemò i capelli. «No. Sta sempre chiusa in casa, è una che non si fa vedere. Magari è andata da qualche parte.»
«Non ha parenti.»
«E allora,» Carmela allargò le braccia. «Semplicemente non esce. Fa ancora freschetto, no?»
Fuori c'erano venti gradi. Nunzio non insistette. I tacchi di Carmela scesero le scale battendo, e il profumo si dissolse nell'androne come se non fosse mai esistito.
Tornò davanti alla porta. Si chinò, appoggiò l'orecchio alla fessura. Niente. O quasi niente.
La gatta fece sentire la voce. Per la prima volta in assoluto. Un suono roco, sommesso, come se la gola avesse dimenticato come si fa ma ci provasse comunque. Un "miao" debole, più simile a un sospiro.
Nunzio si abbassò e le passò una mano sul dorso. Le costole si contavano una per una sotto il pelo, come le assicelle di una vecchia staccionata. La gatta non staccava gli occhi dal buco della serratura.
Bussò la mattina, la sera, e più volte durante il giorno. Nessuno rispondeva. Rocco fumava sul pianerottolo e osservava.
«Nunzio, dai, non ti fissare. I vecchi certe volte non vogliono vedere nessuno, tutto qui. Mia nonna una volta è rimasta chiusa un mese, poi si è scoperto che si era fissata con una telenovela.»
«La signora Adelina non ha la televisione.»
Rocco rimase in silenzio, borbottò qualcosa e sparì dietro la sua porta.
Il giorno dopo, mentre Nunzio lavava i pavimenti del piano terra, dall'alto arrivò un tonfo. Non un miagolio. Lo straccio bagnato gli cadde dalle mani e sbatté sul gradino. Salì correndo, due scalini alla volta.
La gatta era ferma davanti alla porta del 9. Nell'appartamento 10 scattò una serratura, si affacciò la vicina.
«Cosa succede?»
«Chiami il 118,» disse Nunzio, calmo, senza pause. «E i pompieri. Bisogna forzare la porta.»
«Ma non si può così, mica…»
«Chiami. Subito.»
Le mani gli erano bagnate per lo straccio. Se le asciugò sulla giacca, la toppa sul gomito si inzuppò.
La porta venne forzata in venti minuti. Si aprì con uno scricchiolio secco, e un'aria pesante, viziata, invase la scala.
Nunzio entrò per primo. La signora Adelina era a terra, nel corridoio tra cucina e camera. Una ciabatta era rimasta appoggiata al muro, dritta, come messa apposta. Vicino, i resti secchi di un bicchiere rotto, e sul linoleum un alone bianco di acqua già asciugata da tempo.
Il telefono era sul comò, in camera. Un metro e mezzo dalla mano tesa. Un metro e mezzo che si erano rivelati troppi.
I medici avrebbero detto dopo: frattura del femore, disidratazione grave. Un altro giorno e forse non ce l'avrebbe fatta.
Quando la portarono giù sulla barella, la signora Adelina era coscente. Le labbra screpolate, gli occhi vitrei, il viso grigio. Ma non guardava i medici né i vicini affacciati alla ringhiera. Guardava la gatta, di nuovo muta sull'ultimo scalino. La bocca appena aperta. Nessun suono. Le dita sulla coperta si mossero, appena.
«Nunzio,» sussurrò. «Datele da mangiare. Vi prego.»
La gola gli si chiuse, riuscì solo ad annuire. Le porte dell'ambulanza si chiusero di scatto, il lampeggiante colorò il cortile di rosso e blu e sparì oltre il cancello. Carmela restò in disparte, una mano sulla bocca. Rocco si sedette sulla panchina, i gomiti sulle ginocchia.
La mattina dopo Nunzio uscì in cortile alle sei, come sempre. La ciotola davanti al portone era piena. Vicino ce n'era una seconda, di plastica verde, chiaramente presa da qualche cucina di casa. Dentro, acqua fresca.
Alzò gli occhi verso le finestre buie. Nessuna era illuminata. Ma al quinto piano una persiana si mosse, appena.
La scopa riprese a grattare sul marmo. Dopo dieci minuti scese Carmela. Senza trucco, la giacca sopra la camicia da notte. Si fermò sui gradini e restò a guardare la gatta che mangiava dalla ciotola. Rimase ferma un momento. Si chinò e le passò una mano sul pelo arruffato. Veloce, quasi di nascosto. Poi andò verso i cassonetti, senza girarsi indietro.
Rocco scese più tardi con una coperta a quadri, arrotolata sotto il braccio.
«Nunzio,» si schiarì la voce. «Tieni. Se di notte fa freddo. È vecchia ma l'ho lavata.»
La posò sul gradino e se ne andò senza aspettare risposta.
Nunzio stese la coperta sullo scalino. La gatta annusò il tessuto, girò un paio di volte, si raggomitolò e chiuse gli occhi.
Tre settimane dopo, la signora Adelina tornò a casa dalla clinica di riabilitazione sulle sue gambe, appoggiata a un deambulatore, con una badante assunta dal comune che passava tre mattine a settimana. La prima cosa che chiese, ancora sul pianerottolo, fu della gatta.
Nunzio gliela portò su in braccio. La signora Adelina, seduta sulla sua poltrona del salotto, con la coperta a quadri di Rocco stesa sulle gambe, si fece dare carta e penna dalla badante e scrisse una lettera all'amministratore del condominio, chiedendo che quella gatta — ormai chiamata Nerina da tutto il palazzo — venisse registrata come animale del cortile, con una cuccia fissa vicino al portone pagata dalle spese condominiali. La delibera passò all'unanimità, Carmela compresa.
Nerina continuò a dormire sullo scalino davanti al 9, ma ora la porta non restava più chiusa per giorni senza che nessuno se ne accorgesse: Nunzio aveva attaccato al citofono della signora Adelina un vecchio campanello di bicicletta, da suonare due volte al giorno, mattina e sera, come segnale che tutto andava bene. Il giorno in cui smise di suonare per la prima volta, dopo mesi, fu perché la signora Adelina era scesa da sola, con il deambulatore, a comprare il pane. E Nerina le camminò a fianco per tutto il tragitto, fino al forno di via Caracciolo e ritorno.
