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Il treno che mio suocero ha lasciato arrugginire a Civitavecchia

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Mi chiamo Renzo Bassani, ho cinquantotto anni, e per ventidue anni ho lavorato come macchinista sulla linea che da Civitavecchia sale verso Orte. Racconto questa storia perché mia suocera, Ginevra, l'ha già raccontata a modo suo a chiunque volesse ascoltarla al mercato del sabato — e nella sua versione io sono l'uomo che ha lasciato morire l'eredità di suo marito. Voglio dire come sono andate le cose davvero, perché le ho vissute io, non lei.

Mio suocero Adelmo aveva costruito qualcosa di raro: un piccolo deposito di manutenzione ferroviaria privato, roba di famiglia, tre vagoni merci trasformati in officina mobile che affittava alle ditte edili per trasportare materiali lungo la costa laziale. Non era una fortuna, ma erano quarant'anni di lavoro suo, e quando è morto d'infarto in una domenica di novembre, quell'officina è finita a me e a sua figlia Consuelo, mia moglie. A Ginevra, la casa. Questo l'accordo scritto dal notaio, nero su bianco.

Lei non l'ha mai digerito. Diceva che il deposito valeva più della casa, che io me l'ero portato via con la scusa del testamento, che ero un ladro con la divisa di Trenitalia addosso. Non ha mai chiesto come stavano davvero le cose. Non le interessava.

E le cose stavano così: quei tre vagoni erano fermi da otto mesi nel piazzale merci vicino al porto, e ogni giorno che passava costavano. Costava il deposito ferroviario, costava l'assicurazione, costava il carrello che nessuno usava più perché le ditte edili ormai noleggiavano container più grandi, più moderni, con la gru integrata. Io lo sapevo perché ci lavoravo, nei binari ci passavo ogni giorno la vita, e vedevo quei tre carri color ruggine restare lì, fermi, mentre i treni merci veri — quelli lunghi due chilometri che portano il carbone e i container fino a Civitavecchia — mi sfrecciavano davanti con la puntualità che il mio piccolo deposito non avrebbe mai avuto.

Ginevra veniva ogni tanto a guardarli da dietro la rete del piazzale, con la sua borsa della spesa ancora in mano, tornando dal mercato. Restava lì venti minuti, senza dire niente, e poi tornava a casa e diceva a Consuelo al telefono che suo marito stava lasciando marcire il sogno di Adelmo.

Nessuno le aveva raccontato che il mese prima avevo ricevuto un'offerta da una ditta di Livorno per rilevare l'attrezzatura — non i vagoni, quelli erano da rottamare, ma i macchinari di sollevamento ancora buoni. Ventisettemila euro. Non una cifra enorme, ma reale, concreta, meglio di lasciare tutto ad arrugginire pagando l'affitto del deposito ogni mese.

La sera in cui gliel'ho detto a cena, in cucina, con la finestra aperta sul cortile e il televisore acceso su una partita che nessuno guardava, Ginevra ha posato la forchetta con un colpo secco sul piatto.

"Vendi quello che ha costruito mio marito per ventisettemila euro come fosse ferro vecchio."

"È ferro vecchio, Ginevra. Fermo da otto mesi."

"Potevi aspettare. Potevi trovare qualcuno che lo facesse ripartire."

Consuelo, mia moglie, è rimasta zitta, guardando il piatto. Sapeva che avevo ragione, lo sapeva da mesi, ma con sua madre in casa — perché Ginevra si era trasferita da noi dopo la morte di Adelmo, "solo per un periodo", diceva, e quel periodo durava già da un anno — non se la sentiva di prendere posizione contro di lei a tavola.

Quello che Ginevra non sapeva, e che io non le avevo detto per rispetto verso la memoria di suo marito, è che Adelmo stesso, negli ultimi mesi, mi aveva confidato che il deposito non reggeva più. Me l'aveva detto proprio lì, nel piazzale, un pomeriggio di settembre con l'odore di salsedine e gasolio che si mischiava, mentre puliva un raccordo con uno straccio unto. "Renzo," mi aveva detto, "quando non ci sarò più, non fartene un problema di coscienza. Vendi, se serve. Io ho costruito quello che potevo con quello che avevo."

Non gliel'ho mai detto a Ginevra. Pensavo bastasse il tempo a farle capire.

Il tempo non è bastato. È bastata la vendita, invece, e la settimana dopo la firma del contratto con la ditta di Livorno, Ginevra ha smesso di parlarmi a tavola. Rispondeva a monosillabi, spostava le sue cose in salotto come se io occupassi troppo spazio in casa mia stessa, e un pomeriggio ho trovato la scatola con le foto di Adelmo — quelle del deposito, dei vagoni nuovi negli anni Ottanta — nascosta nel mio armadio, come prova da esibire un giorno contro di me.

La resa dei conti è arrivata un sabato di marzo, in cucina, con la pioggia che batteva sul cortile e Consuelo appena rientrata dal lavoro, ancora con il cappotto addosso. Ginevra aveva convocato tutti — così l'ha detto, "vi ho convocati" — e aveva davanti a sé, sul tavolo, il contratto di affitto della sua parte di casa. Perché in tutto quell'anno nessuno aveva mai formalizzato niente: viveva da noi senza pagare un euro, e ora, dopo la vendita del deposito, pretendeva la sua quota — un terzo di quei ventisettemila euro — sostenendo che "moralmente" le spettava, anche se il notaio aveva assegnato l'officina solo a me e a Consuelo.

"Non ti devo niente, Ginevra," le ho detto, piano, senza alzare la voce. "Il testamento di Adelmo è chiaro. E se vogliamo parlare di conti, parliamo pure: sono dodici mesi che vivi qui senza contribuire a un euro di spesa, mentre pretendi una parte di quello che ho venduto per coprire i debiti del deposito che tuo marito stesso mi aveva detto di liquidare."

Lei è sbiancata. Non si aspettava che nominassi Adelmo, la sua voce, le sue parole dette a me e non a lei.

Consuelo, per la prima volta in un anno, ha parlato al posto mio. Si è tolta il cappotto, l'ha appoggiato sulla sedia, e ha tirato fuori dalla borsa una cartellina blu che teneva pronta da giorni — gliel'avevo vista preparare la sera prima, senza dirmi cosa contenesse.

"Mamma, dentro c'è il contratto d'affitto che l'avvocato Ferretti mi ha preparato la settimana scorsa. Da aprile paghi seicentocinquanta euro al mese per la stanza, come una qualunque inquilina, oppure trovi una sistemazione tua. Ho già chiamato la Filippi, quella dell'agenzia in via Aurelia: ci sono due bilocali liberi a partire dal quindici del mese, vicino al mercato dove vai sempre."

Ginevra ha guardato la cartellina come se fosse un tradimento, non un documento. L'ha aperta, ha letto le prime righe, poi l'ha richiusa di scatto.

"In casa tua mi tratti come un'estranea."

"Ti tratto come qualcuno che deve rispettare quello che c'è scritto, mamma. Come ha fatto papà, quando ha lasciato tutto scritto dal notaio invece di lasciarcelo a litigare per un anno."

Non ha risposto. Si è alzata, ha preso la borsa, ed è uscita sotto la pioggia senza ombrello, verso la fermata dell'autobus. È tornata due ore dopo, fradicia, e non ha detto una parola per il resto della sera.

Il quindici del mese seguente si è trasferita nel bilocale di via Aurelia, quello vicino al mercato dove per un anno era andata a guardare i vagoni arrugginiti da dietro la rete. Ha continuato a raccontare in giro, tra le bancarelle, che il genero le aveva rubato l'eredità del marito. Io non sono mai andato a smentirla davanti a nessuno. Ma quando passo in treno lungo quella linea, e il piazzale merci scorre fuori dal finestrino ormai vuoto — i tre vagoni portati via, il carrello smontato, solo l'asfalto crepato rimasto — penso alle parole di Adelmo, quel pomeriggio di settembre, e so che ho fatto esattamente quello che mi aveva chiesto lui, non quello che si aspettava lei.

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