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Mina sapeva. E io non la ascoltavo.
Firenze, dicembre. La casa in collina era una di quelle che si vedono sulle cartoline, con la terrazza che dà sui tetti e il campanile di Giotto che all’alba sembra un disegno a carboncino. Ma io l’alba la odiavo. La odiavo perché da tre mesi non chiudevo occhio per più di due ore di fila.
Ogni notte uguale. Tra le tre e le quattro, il buio ancora pieno, sentivo quel tocco leggero sulla guancia. Un cuscinetto felpato, ritratto subito. Poi ancora. Più forte. Fino a quando non mollavo e mi trascinavo in salotto, avvolta nel plaid che sapeva di chiuso.
Appena uscivo dalla camera, Mina mi guardava dallo stipite con quei suoi occhi gialli, impassibile, e saltava sul letto. Zampette raccolte sotto il petto, si acciambellava esattamente sul mio cuscino. Come se avesse aspettato solo quello.
“Psicosi felina”, mi aveva detto ridendo mia sorella al telefono. “Stress da cambiamento”, aveva azzardato il medico di base quando ero andata a chiedere qualcosa per dormire, e mi aveva allungato una scatola di gocce che sapevano di anice e non servivano a niente. “Lutto irrisolto”, aveva aggiunto a bassa voce, perché Luca era mancato da due anni e forse era tutto lì, forse ero io che non riuscivo più a stare nel nostro letto.
Ma Mina stava benissimo. Troppo.
Il ventotto dicembre avevo appuntamento dal dottor Ferri, ambulatorio veterinario in Borgo San Frediano. Mina viaggiava nel trasportino come una signora in attesa del tè, senza un lamento. Io avevo le occhiaie fino alle labbra e un maglione infilato al contrario.
Il dottor Ferri mi ricevette subito. Un uomo sui quaranta, mani da pianista, modi tranquilli. Aprì lo sportello del trasportino e Mina uscì da sola, annusò l’aria, poi si sedette al centro del tavolo d’acciaio come se fosse casa sua.
«Allora signora Elena, mi racconti.»
E io raccontai. Delle notti spezzate. Del cuscino rubato. Di quella testarda, metodica espulsione dalla mia stessa stanza.
«La sveglia alle tre» dissi «è la parte più educata. Poi iniziano gli artigli. Niente di violento, non mi fa male. Ma è insistente. Se provo a girarmi dall’altra parte, lei fa il giro del letto e ricomincia. Devo alzarmi. Devo proprio andarmene. Altrimenti morde la manica del pigiama e tira. Tira finché non mi siedo.»
Il dottore la osservava mentre parlavo. Mina seguiva ogni sua mossa con la calma di chi non ha niente da nascondere.
«Da quanto va avanti?»
«Fine settembre. All’inizio pensavo fosse un capriccio. Poi ho creduto di impazzire io.»
«Ha mai provato a chiudere la porta?»
«La apre. Non so come, ma impara tutti i meccanismi. Maniglie, leve. Una volta ho messo una sedia contro la porta e lei è entrata dalla finestra del bagno, che comunica con la camera. Alle quattro del mattino. Con la pioggia. Si è scrollata addosso a me e ha ricominciato.»
Il dottor Ferri la auscultò a lungo. Le guardò le gengive, le misurò la pressione oculare, le palpò l’addome. Mina faceva le fusa. Un motore regolare, sano.
«Il cuore è perfetto» mormorò. «Polmoni puliti. Peso stabile, idratazione buona. Analisi del sangue recenti?»
«Fatte a ottobre. Tutto nella norma.»
Si fermò. Appoggiò il fonendoscopio sul tavolo e guardò Mina. Lei ricambiò lo sguardo senza abbassare le palpebre, come fanno solo i gatti e poche altre creature.
Fu in quel momento che la sua espressione cambiò. Lo vidi chiaramente. Un impercettibile irrigidimento della mascella. Un lampo nello sguardo che non era più clinico.
«Signora Elena…» cominciò, e la voce era diversa. Più bassa. «Il gatto sta benissimo. Non ha nulla. Nessuna patologia neurologica, nessuna alterazione comportamentale di origine organica.»
Fece una pausa. Si passò una mano sul collo.
«Devo chiederle una cosa che potrà sembrarle strana. Da quanto vive in quella casa?»
«Quindici anni. L’abbiamo comprata con mio marito quando…»
«E la camera da letto, dov’è esattamente?»
«In fondo al corridoio, a sinistra. Dà sul giardino interno. Perché?»
Non rispose subito. Aprì un cassetto, prese un block-notes, lo richiuse senza scrivere niente.
«C’è un muro che divide la sua testata del letto da qualche altro ambiente? Una parete in comune con un vano tecnico, una canna fumaria, una colonna del gas?»
Il cuore mi fece due colpi secchi.
«C’è… c’è la parete del bagno di servizio. E dietro passa la tubazione del riscaldamento. Abbiamo avuto problemi due inverni fa, perdevano i caloriferi, ma l’idraulico ha sistemato.»
Il dottor Ferri si tolse gli occhiali. Li appoggiò vicino al gatto. Mina non si era mossa di un millimetro.
«Signora Elena, io non posso fare una diagnosi strutturale. Non è il mio mestiere. Ma posso dirle quello che vedo. Questo gatto la sveglia ogni notte alla stessa ora. La costringe ad alzarsi. La spinge fuori dalla camera. E lo fa da quando sono iniziati i primi freddi, cioè da quando avete riacceso la caldaia.»
Sentii il pavimento mancare. Letteralmente. Mi appoggiai allo schienale della sedia.
«Cosa sta insinuando?»
«Non insinuo niente. Le chiedo di chiamare un tecnico del gas. Oggi. Subito. E di non dormire in quella stanza finché non arriva.»
Uscii dall’ambulatorio con Mina nel trasportino e le gambe di gelatina. Camminavo lungo l’Arno senza vedere il fiume. Il telefono in mano, il numero del tecnico già composto.
Arrivò nel pomeriggio. Un ragazzo giovane, con la tuta blu e lo strumento in spalla. Lo portai in camera. Fece passare il rilevatore lungo il battiscopa, intorno ai caloriferi, dietro il comodino. Quando arrivò alla parete dietro la testata, lo strumento impazzì.
Bip. Bip. Bip.
Il ragazzo sbiancò. Letteralmente. Posò una mano sul muro e scosse la testa.
«Signora, questa parete è satura. C’è una microfrattura nella conduttura del gas che corre dentro l’intercapedine. Il monossido si diffonde piano, probabilmente solo di notte quando la pressione è più bassa e la canna fumaria tira meno. Non abbastanza da far scattare un allarme normale. Ma qui dentro…» guardò il letto, il cuscino, il punto esatto dove poggiavo la testa ogni notte «…qui dentro la concentrazione è letale. Se si fosse addormentata pesantemente, con un sonnifero vero…»
Non finì la frase. Non ce n’era bisogno.
Mi sedetti sul bordo del letto. Mina, che nel frattempo era entrata silenziosa come sempre, saltò accanto a me e si stirò lungo la mia coscia, le zampe anteriori allungate sul copriletto che sapeva ancora di Luca.
La notte stessa dormimmo in salotto, io sul divano e lei sulla poltrona. Alle tre e un quarto mi svegliai di soprassalto, per abitudine, e la cercai con lo sguardo. Mina era sveglia. Mi fissava dalla poltrona, immobile. Ma non si mosse. Non mi toccò. Rimase lì, accucciata, le zampe raccolte sotto il petto, e dopo qualche minuto chiuse gli occhi.
Il giorno dopo l’idraulico tornò con una squadra. Ruppero il muro, saldarono la frattura, sostituirono un intero tratto di tubo. Mi dissero che la perdita andava avanti da mesi, probabilmente dall’inizio dell’autunno. Proprio da quando Mina aveva cominciato la sua battaglia notturna.
Quando tornai a dormire nel mio letto, la sera successiva, lei mi seguì. Si accoccolò ai miei piedi come faceva un tempo, un batuffolo grigio che respirava piano.
La guardai nel buio, la sagoma scura contro la finestra dove a gennaio il campanile di Giotto si intravede appena, e pensai a tutte le notti in cui l’avevo chiamata matta, nevrotica, capricciosa.
Mina socchiuse gli occhi. Sbatté le palpebre una volta, lentissima.
Poi posò la testa sulla mia caviglia e si addormentò davvero.
