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L’officina che non ho mai rubato
Mia suocera continua a raccontare a tutti che le ho portato via l'officina di suo marito. Lo dice al bar, lo dice dal fruttivendolo, lo ha detto pure alla messa delle undici, davanti a mezza Carpi che usciva dalla chiesa. Io sto qui, sul retro del capannone di via Cattani, con le mani sporche di grasso, e provo a spiegare come sono andate davvero le cose — visto che a nessuno, finora, è venuto in mente di chiedermelo.
Mi chiamo Davide Ferretti, ho quarantatré anni, sposato con Chiara da dodici. Suo padre, Learco, aveva questa officina meccanica dal 1987: due ponti sollevatori, un banco pieno di chiavi inglesi consumate a forza di usarle, e un cane, Otto, che dormiva sempre sotto la Panda in riparazione. Quando Learco si è ammalato, tre anni fa, sono stato io a prendere in mano tutto. Non perché volessi comandare — perché qualcuno doveva pagare i fornitori, e Learco dalla stanza dell'ospedale di Baggiovara non poteva firmare un bonifico.
Sabina, mia suocera, in quei mesi non ha mai messo piede in officina. Veniva all'ospedale, questo sì, tutti i giorni, con la borsa della spesa e il thermos del caffè. Ma dei clienti che chiamavano, delle fatture scadute, del meccanico che minacciava di licenziarsi se non lo pagavamo entro venerdì — di quello se n'è occupata Chiara, di sera, dopo il lavoro, con me che le passavo i fogli e lei che faceva i conti sul tavolo di cucina.
Learco è morto a febbraio. Un tumore al pancreas, veloce, di quelli che non lasciano il tempo di sistemare le cose con calma. Prima di andarsene, però, ha fatto in tempo a chiamare il notaio, il dottor Anselmi, in studio a Modena, in via Emilia. Ha detto una cosa sola, che mi ha ripetuto lui stesso qualche settimana dopo, con le carte davanti: "L'officina va a Davide. Lui l'ha tenuta in piedi quando io non potevo. A Sabina la casa e i risparmi, che le bastano per vivere bene fino a novant'anni."
Non l'ho chiesto io. Non l'ho neanche voluto, all'inizio — trentaduemila euro di attrezzatura e un mutuo sul capannone che pesa ancora per centoquattro rate, chi è che se lo va a cercare per divertimento. Ma era la volontà di un uomo che si fidava di me più di quanto si fidasse, forse, di sua moglie in fatto di conti.
Sabina l'ha presa malissimo. Non con me direttamente — con me è sempre stata gelida, educata, di quelle frasi tagliate a metà che non arrivano mai a un vero litigio. Il problema è quello che dice in giro. Che le ho fatto pressione su Learco in ospedale. Che ho approfittato del fatto che lei, in quei giorni, correva tra casa e reparto oncologico e non aveva la testa per pensare ai documenti. Che l'officina "di diritto" doveva restare a lei, vedova, e non al genero.
Due settimane fa mi ha citofonato alle otto di sera. Io stavo guardando la partita, il Sassuolo, con Chiara che finiva di lavare i piatti. Sabina è entrata senza nemmeno togliersi il cappotto, ha tirato fuori dalla borsa una busta e l'ha sbattuta sul tavolo, proprio sopra il centrino che aveva ricamato lei anni fa.
«Voglio l'officina di mio marito» ha detto. «O almeno metà. Non puoi tenerti tutto tu che sei entrato in questa famiglia da dodici anni soltanto.»
Chiara si è girata dal lavello, ancora con lo strofinaccio in mano. «Mamma, papà ha deciso lui. Davanti al notaio, lucido, mica in punto di morte senza capire cosa firmava.»
«Tu stai con tuo marito, ovvio» ha risposto Sabina, senza nemmeno guardarla. «Io sto per strada, alla mia età, con la casa e basta.»
Quella frase, "con la casa e basta", mi è rimasta in testa tutta la notte. La casa vale quattrocentoventimila euro, l'ho controllato con l'agenzia di via Ganaceto giusto per capire se stessi impazzendo io. Più i risparmi di Learco, quasi novantamila euro in un conto alla Bcc. Sabina non sta per strada. Sabina vuole anche l'officina, oltre al resto — e vuole che io e Chiara ci sentiamo in colpa se non gliela consegniamo.
Ieri mattina Chiara ha preso l'appuntamento dal dottor Anselmi, quello vero, non quello ricostruito dai racconti di sua madre al bar. Ci siamo andati insieme, io con la cartella di plastica trasparente dove tengo tutte le carte dell'officina — visura camerale, atto di successione, la lettera scritta a mano da Learco che il notaio ha allegato al fascicolo. Anselmi ci ha confermato quello che già sapevamo: tutto regolare, testamento olografo depositato, nessun vizio di forma. L'officina è mia, punto.
Ma Chiara ha voluto fare una cosa in più. Ha chiesto ad Anselmi di preparare una lettera formale, da mandare a Sabina per posta raccomandata, che riassumesse i termini dell'eredità — non per cattiveria, ha detto, ma perché sua madre smettesse di raccontare in giro una versione che non stava in piedi davanti a un documento firmato.
La raccomandata è arrivata a casa di Sabina un martedì mattina. L'ho saputo perché quel pomeriggio si è ripresentata al capannone, questa volta senza citofonare prima — è entrata direttamente dal portone laterale, quello che di solito lasciamo aperto per fare arieggiare, con la busta aperta in mano e Otto che le abbaiava dietro senza convinzione, tanto per fare la sua parte.
Mi ha trovato sotto una Punto, le gambe che spuntavano dal ponte sollevatore. Sono uscito da sotto piano, mi sono pulito le mani con lo straccio che tengo sempre nella tasca posteriore, e l'ho guardata in faccia per la prima volta da settimane senza che lei distogliesse gli occhi per prima.
«Hai fatto scrivere una lettera dal notaio» ha detto. Non era una domanda.
«L'ha chiesta Chiara. Per chiarire, non per farti del male.»
Sabina ha guardato l'officina intorno a sé — i ponti, il banco con le chiavi consumate, la foto di Learco con la tuta blu appesa vicino alla cassa, quella che nessuno ha mai avuto il coraggio di togliere. Per un momento ho pensato che avrebbe attaccato di nuovo, con la solita storia della vedova lasciata sulla strada.
Invece ha piegato la lettera in quattro, se l'è rimessa in tasca, e ha detto una cosa che non mi aspettavo: «Tuo suocero non mi ha mai fatto vedere i conti dell'officina in trent'anni. Diceva che erano cose sue. Io so cucinare, so tenere una casa, ma di ponti sollevatori e fatture non ho mai capito niente, e lui lo sapeva.»
Non era una scusa. Era, credo, la cosa più vicina alla verità che le avessi mai sentito dire.
Le ho offerto un caffè, quello dell'apparecchio in ufficio, non buono ma caldo. L'ha bevuto in piedi, appoggiata al banco, senza più parlare dell'officina. Prima di andarsene ha chiesto solo una cosa: che la foto di Learco restasse dov'era, vicino alla cassa, e che una volta al mese potesse passare a vederla.
Ho detto di sì. Non per obbligo, non perché mi sentissi in colpa per un'eredità che non ho rubato a nessuno — l'officina resta mia, la casa e i risparmi restano suoi, i documenti dicono questo e continueranno a dirlo. Ma quella foto, in fondo, la teniamo appesa anche per lei.
