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La borsa della spesa che pesava di più dopo quella telefonata

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Mi chiamo Gabriella, ho sessantasei anni, e vivo a Bologna, in via Saragozza, nello stesso appartamento di due stanze dove ho cresciuto mio figlio Davide. Mio marito è morto undici anni fa, e da allora il giovedì è per me un giorno fisso, quasi sacro: al mattino vado al mercato delle Erbe, compro quello che prendo sempre — branzino, le clementine, i biscotti al burro che piacciono tanto a Pietro — e nel pomeriggio vado da Davide ad aiutare Pietro e Sofia con i compiti, finché lui e sua moglie Chiara non finiscono di lavorare.

Due anni fa Davide ha perso il posto in officina, dopo dodici anni passati lì dentro. Da allora si arrangia: qualche consegna con il furgone, un po' di vendite online, lavoretti che non bastano mai a chiudere il mese. Una sera, senza che nessuno me lo chiedesse, ho detto che avrei dato loro una mano fissa, per la scuola dei bambini. Quattrocento euro al mese. Metà della mia pensione. Mi restava giusto il necessario, ma ho pensato: a cosa mi serve tutto, da sola, se posso essere utile a chi amo.

Tre settimane fa Chiara ha cominciato a parlare di "sistemare le cose per bene". Diceva che, visto che sono sola e che l'appartamento comunque un giorno sarà di Davide, sarebbe più pratico fare subito una donazione, mentre sono ancora in forze, così poi non ci saranno grane con successioni, carte, tasse. Me l'ha detto con un tono caldo, prendendomi la mano. "È meglio anche per te, Gabriella, così non devi più pensare a niente." Io, che di documenti non ci capisco granché, ho detto di sì. Lunedì avevamo appuntamento dal notaio.

Questo giovedì sono andata come sempre, con la borsa del mercato — il branzino, le clementine, i biscotti di Pietro. Sono salita con l'ascensore, e davanti alla porta ho sentito la voce di Chiara, alta, al telefono. La porta era aperta, come capita quando i bambini entrano ed escono di corsa. Non volevo origliare. Ma mi sono bloccata con le chiavi in mano, perché ho riconosciuto il nome: Barbara, sua sorella.

— …ti dico, Barbara, resisti ancora un po', dai. Lunedì firma dal notaio e la casa è nostra. Quando sarà a nostro nome, basta con la commedia del pranzo ogni giovedì e le smancerie. E per quei soldi della pensione, vedremo, ma probabilmente non ci servirà nemmeno più tanto, una volta sistemata la faccenda…

Sono rimasta sulla soglia, con la borsa al braccio, e dentro di me non si è mosso niente. Nemmeno il cuore, mi è parso. "Commedia." I giovedì, i biscotti di Pietro, i compiti di Sofia, il pranzo della domenica. Commedia.

Sono scesa le scale piano, senza suonare il campanello. Non so quanto sono rimasta seduta sulla panchina dei giardinetti, con la borsa a fianco, a guardare i ragazzini che giocavano a pallone. Poi sono tornata a casa. Ho chiamato il notaio — erano ancora in ufficio, saranno state le sei — e ho detto che annullavo l'appuntamento di lunedì, che avevo cambiato idea, senza aggiungere altro. Poi ho aperto l'app della banca e ho cancellato il bonifico mensile a Davide. In tutto, meno di dieci minuti.

Alle nove di sera è suonato il telefono. Era Davide, con quella voce nervosa che ha quando qualcosa è andato storto.

— Mamma, ha chiamato il notaio, dice che hai annullato l'appuntamento… cosa è successo? Stai bene?

— Sto bene, Davide. Ho cambiato idea sulla casa.

— Ma perché? Tu avevi detto che…

E lì, senza alzare la voce, senza gridare, ho raccontato quello che avevo sentito. Parola per parola. "Commedia." "Non ci servirà nemmeno più tanto." È caduto un silenzio lungo. Ho sentito in sottofondo Chiara che chiedeva cosa fosse successo, e poi la sua voce, più vicina al telefono, rotta:

— Gabriella… Dio, Gabriella, mi dispiace tantissimo, non hai idea di quanto mi dispiaccia, è stata una stupidaggine detta senza pensare, non volevo dirlo, davvero no…

Anche Davide continuava a scusarsi, uno sopra l'altro. Che mi amano, che i bambini mi adorano, che Chiara non voleva dire quello che aveva detto. Ho risposto che non importava, che stasera non avevo bisogno di spiegazioni, che ne avremmo parlato un'altra volta. E ho messo giù.

Non so se sia stata una sciocchezza detta senza pensare, come dice Chiara, o se sia davvero quello che pensano, nei momenti in cui credono che io non li senta. Probabilmente un po' dell'una e un po' dell'altra cosa.

Il giorno dopo sono andata di persona dal notaio, non solo per telefono. Ho preso l'appuntamento che avevamo fissato per il lunedì, ma invece della donazione ho firmato un'altra carta: un testamento che lascia l'appartamento di via Saragozza a Pietro e Sofia, in nome proprio, con un vincolo che impedisce ai genitori di venderlo o ipotecarlo prima che i ragazzi siano maggiorenni. La casa non sarà mai di Davide e Chiara. Sarà dei bambini, il giorno che dovrà esserlo, e nessuno potrà deciderne la sorte prima di allora. Il notaio mi ha chiesto due volte se fossi sicura. Ho firmato senza tremare.

Il bonifico dei quattrocento euro resta cancellato. Non per punire, ma perché non si paga per un ruolo in una commedia che credevo fosse una famiglia.

Il giovedì dopo sono tornata al mercato delle Erbe. Ho comprato il branzino, le clementine, i biscotti di Pietro. Sono salita con l'ascensore, ho suonato il campanello come sempre. Chiara mi ha aperto con gli occhi gonfi, ha provato a prendermi la borsa dalle mani. Io gliel'ho lasciata prendere, ma non le ho lasciato prendere altro.

— Gabriella, possiamo parlare?

— Parliamo, Chiara. Ma prima lasciami stare un po' con i bambini.

Mi sono seduta a tavola con Pietro e Sofia, ho tirato fuori i biscotti, li ho guardati fare i compiti come ogni giovedì. Ai bambini non toglierò niente — anzi, ho appena fatto in modo che nessuno gli tolga mai quella casa. Ma a quel tavolo, da allora, mi siedo con un'altra faccia: quella di chi ha ancora voce in capitolo su ciò che le appartiene, e ha appena mostrato, con una firma e non con un urlo, che la commedia è finita.

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