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La pioggia che restituì un padre

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La pioggia batteva sui vetri così forte che non sentii Marco aprire la porta. Sentii invece delle voci nell'ingresso — la sua e un'altra, estranea, bassa. Uscii dalla camera in maglietta e li vidi entrambi accanto all'attaccapanni: un uomo sulla sessantina, l'impermeabile fradicio, in mano una vecchia valigetta consumata.

— Solo per una notte — disse Marco, senza guardarmi negli occhi. — Domattina ti spiego tutto.

— Chi è?

Marco taceva. Fu lo sconosciuto a tendermi la mano.

— Alberto. Mi scusi per l'ora.

Mi chiusi con Marco in camera e lasciai l'ospite sul divano del salotto. Attraverso il muro lo sentivo sedersi, sentivo il vecchio mobile scricchiolare. Marco si sedette sul bordo del letto e per un bel po' arrotolò tra le dita l'angolo del piumone, come se cercasse di staccarlo.

— Non è uno qualunque.

— Questo l'avevo capito. Chi è, insomma?

— Uno che non avrei mai più dovuto rivedere.

— Tuo padre è vivo?

Scosse la testa, ma teneva gli occhi fissi sull'orlo del piumone, non su di me.

— Lo conoscevo da bambino.

Stava per aggiungere altro quando in corridoio scricchiolò il parquet. Restammo immobili entrambi. Un attimo di silenzio, poi di nuovo uno scricchiolio, più lontano, verso il divano.

— Ne parliamo domattina — disse Marco e spense l'abat-jour.

Non chiusi occhio. Rimasi sdraiata a occhi aperti, contando i colpi della pioggia sul davanzale, finché dietro la tenda non si fece grigio. Verso le sei mi alzai per prendere dell'acqua e, passando davanti alla cucina, sentii la loro conversazione. Mi fermai contro lo stipite.

— Non dovevi portarmi qui — diceva Alberto.

— E dove dovevo portarti, in un albergo vicino alla stazione? — rispose Marco. — Dopo ventotto anni ti presenti davanti a me e mi dici che tutto quello che sapevo è una bugia.

— Tua madre aveva le sue ragioni.

— Non difenderla.

— Non la difendo.

Silenzio. Poi Marco disse qualcosa che mi fece rizzare i peli sulle braccia:

— Per tutta la vita ho pensato che tu fossi morto.

Feci un passo avanti, d'istinto. Il pavimento scricchiolò. La conversazione si interruppe a metà frase. Marco comparve sulla porta della cucina, mi vide e capì subito.

— Hai sentito.

— Chi doveva essere morto?

Alberto si alzò lentamente da tavola. Marco guardò prima lui, poi me.

— Il fratello di mio padre.

— Tuo zio?

Alberto sorrise, amaro.

— È quello che ti hanno insegnato a pensare.

Marco strinse i denti.

— Diglielo.

Alberto frugò nella tasca interna della giacca, tirò fuori un vecchio portafoglio consunto e da lì una fotografia, piegata in due così tante volte che le pieghe erano ormai quasi bianche. Me la porse. Due uomini giovani, sorprendentemente somiglianti. Uno era il padre di Marco. L'altro, Alberto. Sul retro, scritto a mano: "Renato e Alberto, 1993".

— Eravate fratelli — dissi.

— Lo eravamo.

Marco si lasciò cadere su una sedia.

— Mio padre mi ha detto che Alberto era morto in un incidente, quando avevo undici anni.

Alberto si passò una mano sulla fronte.

— Era più facile della verità.

Alzò lo sguardo verso Marco.

— Tuo padre ha fatto in modo che sparissi dalla famiglia per sempre.

— Perché?

Alberto esitò.

— Per via di tua madre.

Il termosifone sotto la finestra ronzava, e io mi strinsi comunque più stretta nella vestaglia.

— Cosa c'entra mia madre?

Alberto tirò fuori dalla valigetta una vecchia busta, legata con un elastico ormai secco e spezzato in più punti. Dentro, delle lettere. Una decina, alcune ingiallite fino al colore del tè. Marco prese la prima che gli capitò a tiro e cominciò a leggere. Lo vidi passare il pollice avanti e indietro sull'angolo piegato del foglio, avanti e indietro.

— Cosa c'è scritto?

Non rispose. Mi porse il foglio. La lettera era indirizzata ad Alberto, firmata dalla madre di Marco.

"Non venire più a casa. Renato sospetta qualcosa. Se scopre la verità su Marco, ci distruggerà tutti."

Marco alzò gli occhi su di lui.

— Quale verità?

Alberto aveva le lacrime agli occhi.

— Sono io tuo padre biologico.

Nessuno parlò. Solo la pioggia tamburellava sui vetri e da qualche parte nel palazzo sbatté la porta dell'ascensore.

Marco rise, breve, senza un briciolo di allegria.

— No.

Alberto non si mosse.

— Mi dispiace.

— No! — Marco scattò in piedi, con le gambe della sedia che raschiarono sul parquet. — Mio padre mi ha cresciuto. È stato lui a insegnarmi ad andare in bicicletta. Mi portava a scuola. Lui…

La voce gli si spezzò.

— Lo so — disse Alberto. — E non sto cercando di prendere il suo posto.

— Ma lei stesso ha detto che allora ha accettato di sparire — intervenni, per prendermi un attimo di respiro invece di mettere su l'ennesimo caffè che tanto nessuno avrebbe bevuto. — Perché ha accettato?

— Perché Marco aveva undici anni. Renato era suo padre sotto ogni aspetto che conti davvero. Se allora fossi entrato nella sua vita, avrei fatto a pezzi tutta la famiglia. Prima che i genitori di Marco si sposassero, io e sua madre siamo stati insieme per sei mesi. Poi lei ha scelto Renato. Quando è nato Marco, Renato per anni ha vissuto nella convinzione che fosse suo figlio. Finché alla fine ha scoperto la verità. Non ha divorziato. Mi ha ordinato di sparire per sempre. Ho accettato.

Marco lo guardava con rabbia.

— E adesso cosa è cambiato?

Alberto abbassò gli occhi.

— Ho un tumore al pancreas.

Marco si irrigidì.

— I medici mi danno pochi mesi. Non ho moglie. Non ho figli. E ho capito che sarei morto avendo mantenuto una promessa fatta a un uomo che non c'è più da tempo.

Prese in mano un'altra busta.

— Ma non sono venuto solo per questo. Dopo la morte di Renato ho ricevuto questa lettera.

Marco riconobbe subito la calligrafia del padre. Le mani gli tremavano mentre apriva la busta. La lettera era breve. Renato ammetteva di essersi pentito della sua decisione. Scriveva che, a prescindere dal sangue, Marco era stato suo figlio e lo sarebbe rimasto per sempre. Ma c'era ancora una frase: "Se un giorno avrai il coraggio che io non ho avuto, digli la verità. Non voglio che il mio rancore diventi la sua eredità."

Marco lesse quella frase tre volte, scorrendo il dito sotto ogni riga, come per impararla a memoria. Poi si risedette e pianse come non l'avevo mai visto fare prima.

Alberto non si avvicinò. Non provò ad abbracciarlo. Rimase semplicemente di fronte a lui, girando tra le dita il portafoglio ormai vuoto.

— Non ti chiedo di chiamarmi papà — disse. — Non voglio niente da te. Volevo solo vederti, prima di andarmene.

Quella mattina Alberto non ripartì. Rimase a colazione — feci una frittata con tre uova nella padella che da tempo non usava più nessuno tranne me. Poi rimase anche a pranzo. E nelle settimane successive Marco cominciò ad andarlo a trovare in un palazzo di via Dante, dove Alberto affittava una stanza da quando era tornato a vivere a Torino. Non lo chiamò mai "papà". Almeno non all'inizio. Diceva: Alberto. Fecero anche il test del DNA in una clinica privata di corso Francia, per centoottanta euro, e il risultato arrivò per email dopo dieci giorni lavorativi. Confermò quello che le lettere dicevano già da tempo.

Una sera, mentre lavavo i piatti dopo cena e Marco li asciugava e li riponeva nella credenza uno sopra l'altro, senza troppa cura, disse:

— Pensavo che la verità mi avrebbe tolto un padre.

— Renato?

— E invece no. L'uomo che mi ha cresciuto resta mio padre. Solo che adesso so che c'è stato anche qualcun altro che ha vissuto tutta la vita con le conseguenze di quella storia.

Alberto ebbe una remissione di qualche mese — persino i medici rimasero sorpresi dai risultati della TAC di controllo — e morì quasi un anno dopo, non così presto come si erano aspettati all'inizio. Nell'ultima settimana Marco gli stette accanto quasi senza sosta nell'hospice delle Molinette. Un pomeriggio, credendo che Alberto dormisse, lo sentii dire piano:

— Peccato non aver avuto più tempo, papà.

Alberto aprì gli occhi. Sorrise. Non rispose. Non ne aveva bisogno.

Dopo il funerale Marco tornò a casa e per un'ora rimase seduto a tavola con quella valigetta di Alberto, sfogliando i documenti, finché trovò l'atto notarile dell'appartamento di via Dante — lo stesso in cui Alberto affittava la stanza e che, si scoprì, aveva comprato lui stesso qualche anno prima. Lo aveva intestato a Marco. Marco non lo vendette subito. Ci andò con la cartellina dei documenti, cambiò la serratura con le proprie mani perché la chiave del vecchio inquilino non entrava, e appese alla parete dell'ingresso la fotografia dei due fratelli del 1993, quella che aveva preso da Alberto ancora prima del funerale.

Accanto ci mise un'altra foto — la sua, da bambino, in bicicletta davanti al palazzo, la stessa che Alberto aveva guardato quella prima notte, seduto sul nostro divano con la valigetta in grembo. Marco aggiustò a lungo la cornice, benché fosse già dritta, finché alla fine fece un passo indietro e rimase a guardare entrambe le fotografie insieme.

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