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Le mani di Renzo Bertolini

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A settantun anni, Renzo Bertolini ha trovato il modo di rendersi utile che nessuno gli aveva insegnato prima: tenere in braccio bambini che non erano suoi.

Tutto è cominciato in un pomeriggio di novembre, all'ospedale Sant'Anna di Torino, reparto di terapia intensiva neonatale. Renzo ci era arrivato per accompagnare la nipote che doveva fare un prelievo, e mentre aspettava in corridoio aveva letto un cartello vicino all'ascensore: "Cercasi volontari per il progetto Coccole Preziose". Sotto, un numero di telefono e una frase più piccola: disponibilità anche di poche ore a settimana.

Aveva fatto il capomastro per quarant'anni. Case, capannoni, un paio di scuole nella cintura torinese. Le mani gli si erano indurite su impalcature e casseforme, non su corpi che pesavano meno di due chili. Eppure quel cartello gli era rimasto in testa per tre giorni, mentre beveva il caffè alla macchinetta del bar sotto casa e mentre spegneva la televisione la sera, da solo, nell'appartamento di via Nizza dove sua moglie Ornella non c'era più da un anno e mezzo.

Ha chiamato il numero un martedì mattina. Gli hanno chiesto se aveva paura degli aghi, delle flebo, dei monitor che suonano all'improvviso. Ha risposto di no, che aveva visto di peggio nei cantieri. Non era vero fino in fondo, ma l'ha detto lo stesso.

Il corso di formazione è durato tre settimane: come lavarsi le mani fino al gomito, come sostenere la testa, come riconoscere se un bambino stava troppo agitato per essere spostato dall'incubatrice. Un'infermiera di nome Carla gli aveva mostrato la presa giusta, un braccio sotto la schiena e uno che avvolge le gambe, tenendo il piccolo quasi verticale contro il petto. "Deve sentire il battito," gli aveva detto. "Solo quello gli basta."

Il primo bambino che Renzo ha tenuto in braccio pesava ottocentonovanta grammi ed era nato alla ventisettesima settimana. Si chiamava Matteo, la madre era ricoverata in un altro reparto dopo il parto e il padre lavorava su un cantiere edile a Ivrea, turni di dodici ore, non poteva sempre esserci. Renzo lo ha tenuto per quaranta minuti, cantando piano una canzone di Modugno che non ricordava bene le parole, inventandone metà. Quando l'ha rimesso nella culla termica gli ha detto, come avrebbe poi ripetuto a ogni bambino per otto anni: "Cresci forte, cresci sveglio, cresci buono."

Da quel giorno Renzo è tornato ogni martedì e ogni giovedì, dalle quattordici alle diciotto. Ha portato pantofole di ricambio da lasciare nell'armadietto del reparto, ha imparato i nomi di tutte le infermiere del turno pomeridiano, ha smesso di fumare la pipa perché l'odore restava sui vestiti. In sala d'attesa teneva sempre in tasca una caramella alla menta, non per i bambini ovviamente, ma per l'ansia sua, quando un piccolo stentava a respirare bene e i macchinari cambiavano tono.

Con gli anni sono arrivati altri bambini. Sofia, gemella sopravvissuta di un parto gemellare complicato. Un bambino nigeriano di nome Chidi la cui famiglia viveva a Torino da otto mesi e non aveva ancora nessuno, qui, che potesse sostituire i nonni rimasti a Lagos. Una bimba senza nome per tre giorni, perché i genitori non riuscivano a decidersi, ed era stata Renzo a chiamarla "piccola" finché non le avevano dato quello vero, Beatrice.

La direzione sanitaria teneva un registro dei volontari e delle ore. Quando Renzo ha compiuto settantanove anni, un'infermiera ha fatto due conti su un foglio e gli ha detto che aveva cullato più di cinquecento neonati. Lui ha scrollato le spalle, ha detto che il numero non gli importava, che l'unica cosa che contava era il peso di ciascuno tra le braccia in quel momento preciso.

Il conflitto è arrivato quando meno se lo aspettava, non dentro il reparto ma fuori, in famiglia.

Suo figlio Marco, quarantatré anni, ingegnere, si era trasferito a Milano da tempo e tornava a Torino solo per le feste comandate. Un sabato di marzo era piombato in visita senza preavviso e aveva trovato il padre che si preparava per andare in ospedale, la camicia stirata apposta, le scarpe pulite con cura quasi cerimoniale.

"Papà, hai settantanove anni," gli aveva detto Marco, seduto al tavolo della cucina con le braccia incrociate. "Ti prendi cura di bambini di sconosciuti mentre io ti chiedo da mesi di venire a vivere vicino a me, a Milano, dove potrei controllarti io. E tu no, resti qui a fare il nonno in affitto per gente che nemmeno ti ringrazia come si deve."

Renzo aveva continuato ad allacciarsi le scarpe. "Mi ringraziano. Mi ringraziano ogni volta che quel bambino smette di piangere tra le mie braccia."

"Non è normale, papà. La gente dice che è strano, un uomo della tua età che passa i pomeriggi con neonati non suoi. Ornella non ci sarebbe mai stata bene."

Quella frase, il nome di sua moglie tirato in ballo per giustificare un rimprovero, aveva fatto scattare qualcosa in Renzo. Non aveva alzato la voce. Aveva solo posato le scarpe, guardato il figlio dritto e detto: "Tua madre è stata l'unica persona che mi ha insegnato a stare zitto e ad ascoltare un cuore che batte piano. Non nominarla per dirmi cosa avrebbe pensato, perché tu non c'eri quando lei stava morendo e io le tenevo la mano nello stesso modo in cui adesso tengo quei bambini."

Marco era rimasto in silenzio. Poi aveva detto che era preoccupato, che temeva che il padre si stesse esaurendo, fisicamente, per gente che sarebbe scomparsa dalla sua vita appena dimessa dall'ospedale. Renzo gli aveva risposto che proprio quello era il punto: non doveva restare, doveva solo esserci in quel momento, e che ottant'anni o no, era l'unica cosa che ancora sapeva fare con certezza assoluta.

Marco se n'era andato quel pomeriggio senza salutare bene, sbattendo lo sportello della macchina più forte del necessario.

Sono passati altri due anni prima che qualcosa cambiasse davvero, e non è cambiato per una discussione vinta, ma per un fatto concreto.

A ottantun anni Renzo ha avuto un piccolo malore mentre era in reparto: pressione bassa, un capogiro, niente di grave, ma sufficiente perché i medici del Sant'Anna gli chiedessero, con tutto il rispetto, di ridurre gli impegni. Marco, avvisato da un'infermiera che aveva il suo numero in caso di emergenza, era arrivato da Milano in due ore, con l'autostrada intasata e la paura addosso per tutto il tragitto.

L'ha trovato seduto su una sedia del corridoio, un bicchiere d'acqua in mano, e non stava discutendo, non stava difendendo il suo diritto a restare. Stava chiedendo a Carla, l'infermiera che l'aveva formato otto anni prima, se poteva almeno passare a salutare Chidi, che quel giorno doveva fare un'ecografia di controllo.

Marco si è seduto accanto a lui in silenzio. Poi ha detto una cosa che non aveva mai detto prima: "Fammi vedere come si fa. La presa, il modo di tenerli. Voglio imparare anch'io, così quando vengo a trovarti posso venire con te, invece di portarti via da qui."

Non è stata una scena di lacrime né di grandi abbracci. Renzo ha solo annuito una volta, si è alzato lentamente dalla sedia, e ha portato il figlio nel reparto, spiegandogli passo per passo come si lava un braccio fino al gomito prima di toccare un neonato.

Da quel giorno Marco ha cominciato a prendere un treno da Milano una volta al mese, il sabato, per accompagnare il padre in ospedale. Non è diventato volontario fisso: il lavoro a Milano non glielo permetteva. Ma ha fatto una cosa concreta, misurabile: ha contattato l'assicurazione sanitaria integrativa del padre e ha fatto aggiungere una copertura per visite domiciliari e controlli cardiologici periodici, pagando di tasca sua la differenza di premio, circa quattrocentottanta euro l'anno, così che Renzo potesse continuare ad andare in ospedale sapendo che qualcuno teneva sotto controllo il suo cuore, non solo quello dei bambini che cullava.

Renzo ha continuato per altri due anni, fino a ottantatré, quando le gambe hanno cominciato a cedere davvero e i medici gli hanno chiesto di fermarsi per la sua sicurezza. L'ultimo giorno, un giovedì di ottobre, ha tenuto in braccio una bambina appena arrivata, nata alla trentesima settimana, e le ha detto la stessa frase di sempre, "Cresci forte, cresci sveglia, cresci buona", con la voce un po' più rotta del solito.

Ha lasciato le sue pantofole nell'armadietto del reparto, come ricordo. Carla gliele ha rimandate per posta, dentro una scatola, un mese dopo, insieme a un disegno fatto da uno dei bambini più grandi che era passato per la terapia intensiva anni prima e che ora, in prima elementare, aveva disegnato un uomo con le braccia aperte e sopra, scritto in stampatello: "Nonno del cuore".

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