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La Rivincita di Chiara
La rivincita di Chiara
L’atelier illuminato come una teca di cristallo. Arazzi color avorio, profumo di gardenia, abiti da sera appesi come sculture. Siamo in via Monte Napoleone, a Milano.
Giovanna Bernardini era appena entrata, tirandosi dietro il marito come un accessorio. Lui, Lorenzo, guardava tutto con l’aria di chi è abituato a firmare scontrini a cinque zeri ma capisce poco di ciò che compra. Lei invece si muoveva tra gli abiti con la sicurezza di una regina. Tailleur nero, décolleté rossa, un filamento di perle al collo e quello sguardo liquido che non prometteva niente di buono.
Fu allora che la vide.
Dall’altra parte della sala, accanto a un manichino drappeggiato di seta cruda, Chiara Russo era ferma in uno spolverino bianco, i capelli raccolti alla buona con una mollettina da due lire, una tazzina di caffè in mano. Aveva l’aria di chi lavora lì o forse aspetta qualcuno.
Giovanna si bloccò. Studiò la scena per un istante. Poi un sorriso le increspò le labbra — di quelli che quando li vedi ti si chiude lo stomaco.
— Incredibile — disse, avvicinandosi piano. Il ticchettio dei suoi tacchi sul parquet pareva un conto alla rovescia.
Chiara alzò lo sguardo. La riconobbe subito. Il sorriso le morì sulle labbra.
— Chiara Russo. Qui dentro. — Giovanna squadrò lo spolverino bianco con un sopracciglio alzato. — Devono averti scambiata per una cliente. O fanno entrare anche il personale delle pulizie in orario di apertura?
Lorenzo, che seguiva la moglie, lanciò un’occhiata interrogativa.
— La conosci? — chiese a bassa voce.
— Certo. Ai tempi del liceo veniva a scuola con le scarpe bucate — sussurrò Giovanna, ma a volume abbastanza alto perché la sentissero tutti. — Vedo che le cose non sono cambiate molto. Un topo di fogna non diventa mai un principe, tesoro.
Chiara non rispose. Strinse il manico della tazzina. Il suo viso rimase fermo, ma le nocche diventarono bianche. Per un attimo le passò negli occhi qualcosa — un’immagine lontana, un pomeriggio di vent’anni prima, il cortile del liceo e la suola destra che si staccava sotto la pioggia. Durò mezzo secondo. Poi tornò il vuoto.
Fu allora che la porta dell’ufficio sul fondo si spalancò e un uomo distinto, sulla sessantina, completo blu e fazzoletto da taschino bordeaux, attraversò il salone a passo svelto. Ignorò completamente Giovanna e Lorenzo, passandogli davanti come se fossero fantasmi.
Arrivò dritto da Chiara.
— Signora Russo, non l’avevo sentita entrare. Mi perdoni. La collezione privata è già allestita nella sala riservata. Ci sono tre proposte di Schiaparelli che volevo sottoporle prima di mostrarle alle altre clienti. Se vuole accomodarsi…
Giovanna smise di respirare. Poi lo sentì — il vuoto sotto le costole, le dita che stringevano la borsa fino a far scricchiolare la pelle. Sbatté le palpebre. Una volta. Due. Fissava l’uomo e poi Chiara e poi ancora l’uomo, cercando di far combaciare le tessere.
Lorenzo le strinse il braccio. — Ma chi è questa? — mormorò, a disagio.
— La proprietaria — rispose l’uomo col completo blu, senza nemmeno voltarsi. — La signora Russo ha rilevato la boutique sei mesi fa. E anche quella di via della Spiga. E la sede di Roma.
Il silenzio che seguì era il tipo di silenzio che fa ronzare le orecchie. Si sentiva solo il pendolo in fondo alla sala.
Chiara posò la tazzina sul tavolino di cristallo — ci fu un attimo in cui la mano le tremò, un tremito quasi invisibile, roba di un secondo — e per la prima volta guardò Giovanna dritto negli occhi. Nessuna arroganza. Solo una calma serafica. Ma in quella calma c’era qualcosa di duro, di antico.
— Sei venuta per il défilé privato? — chiese, voce neutra.
Giovanna deglutì. — Sì… noi abbiamo l’invito — tirò fuori dalla borsetta un cartoncino color avorio con i bordi dorati. Avorio serio, bello pesante.
Chiara lo prese tra due dita. Lo guardò.
— Peccato — disse. E lo strappò in due.
Il rumore della carta che si lacera fece fare un passo indietro a Lorenzo.
— L’invito è stato revocato.
— Non puoi fare così — la voce di Giovanna era salita di un tono, ma in fondo tremava. Non era più la stessa dei tre minuti prima.
— Posso. — Chiara sorrise, ma fu un sorriso corto, che sparì subito. — Questa boutique è mia. La lista degli invitati la decido io. E sai cosa, Giovanna? Ho una regola molto precisa. Niente topi di fogna tra le mie clienti.
Restituì i due pezzi di cartoncino. Li infilò nella tasca del tailleur nero di Giovanna, un gesto lento, un tocco leggero che faceva più male di uno schiaffo.
— Ci vediamo in giro — disse. — O forse no.
Poi si girò verso il direttore e fece un cenno. — Marco, per favore, accompagna i signori all’uscita. E controlla che non prendano niente per sbaglio.
Lorenzo, paonazzo in viso, cercò di dire qualcosa ma Giovanna lo trascinò via. Non aveva più armi, né argomenti, né fiato. La porta a vetro si chiuse dietro di loro con un soffio ovattato.
Fuori cominciava a piovere. Giovanna restò ferma sotto la grondaia, senza più un filo di rossetto sulle labbra, il cartoncino strappato che le pungeva il petto attraverso la stoffa. Lorenzo guardava altrove, le mani in tasca.
Dentro la boutique, Chiara entrò nella sala riservata. Tre abiti meravigliosi scintillavano sotto i faretti. Camminò fino alla madia, prese la tazzina di caffè ormai freddo e ne bevve un sorso. Fece una smorfia.
— Lo faccio rifare subito, signora — disse il direttore.
— No. — Chiara posò la tazzina e sfiorò con la punta delle dita la manica di uno Schiaparelli rosa cipria. Rimase lì, le dita sulla seta, gli occhi persi su un punto indefinito della parete. Aveva trentotto anni, un ex socio di Zurigo che due anni prima le aveva prestato i primi ottantamila euro dopo sei mesi di notti a cucire campionari sul tavolo della cucina, e una schiena che certe mattine le ricordava ogni singolo giorno di quella fatica.
— Mi porti un altro caffè fra dieci minuti — disse.
E tornò a guardare gli abiti.
