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Il custode che non voleva più Romolo tra le colonne del chiostro
Sono il sagrestano della parrocchia di San Fermo, a Bergamo, e questa storia la racconto perché in tanti nel quartiere la conoscono già, ma non tutti sanno come sono andate davvero le cose da dentro, dal mio punto di vista.
Facciamo un passo indietro. Diciannove giorni. Diciannove giorni un gatto tigrato è rimasto incastrato su una cornice di pietra del campanile, a una decina di metri da terra, mentre io da sotto mi chiedevo ogni mattina se sarebbe stato l'ultimo giorno che lo avrei visto vivo. Il gatto si chiamava Romolo, anche se in tanti lo chiamavano "il micio del sagrato". Ero stato io, mesi prima, a dire al parroco che forse era il caso di non incoraggiarlo più a stare lì intorno.
Devo essere onesto con voi: non l'ho fatto per cattiveria. Ero io quello che ogni mattina alle sei trovava le ciotole rovesciate vicino alla sacrestia, il pelo sul tappeto dell'ingresso, e una volta anche un topo morto lasciato proprio sul gradino della porta laterale, come un regalo che nessuno aveva chiesto. Ero io che dovevo spiegare al parroco perché c'era odore di croccantini nel corridoio prima della messa delle sette. Da fuori sembra tutto tenerezza, i bambini che escono da scuola e lo salutano, le signore anziane con la scodella d'acqua sul muretto. Da dentro, per chi deve tenere pulita una chiesa di trecento anni con quattro soldi di manutenzione, era un problema pratico che si ripeteva ogni santo giorno.
Così un pomeriggio di marzo ho detto al parroco, don Aurelio, che forse era meglio non lasciare più le porte del chiostro socchiuse per lui, che forse era il caso che qualcuno lo portasse altrove. Non ho mai detto "cacciatelo a calci", questo va chiarito, ma la sostanza era quella: basta, Romolo qui non è più il benvenuto. Don Aurelio ha annuito, senza troppo entusiasmo, e da lì in poi abbiamo iniziato a chiudere tutto, anche le grate basse del cortile interno.
Quello che non avevo previsto è che Romolo, tagliato fuori dai suoi soliti punti d'appoggio, avrebbe cercato un'altra strada per restare vicino a quel posto che considerava casa sua. È salito dal cornicione laterale, quello vicino alla grondaia rotta che nessuno aveva mai sistemato, ed è rimasto bloccato lassù. La prima a vederlo è stata Teresa, la fruttivendola del mercato di Porta Nuova, che passa sempre a quell'ora a buttare la spazzatura nel cassonetto dietro la chiesa. Ha alzato gli occhi per caso, ha visto quella sagoma arancione contro il grigio della pietra, e ha iniziato a urlare il mio nome come se fosse crollato il tetto.
Da lì è cominciato un balletto di diciannove giorni. I vigili del fuoco sono venuti due volte e sono ripartiti perché la scala non arrivava, il cornicione era troppo stretto e friabile per rischiare un uomo. Un'associazione di volontari per gli animali del quartiere di Colognola ha portato del cibo su un asta lunga, sperando che lui scendesse da solo. Le mamme all'uscita di scuola facevano la fila per guardare in alto, alcune con il telefono in mano per fotografare, altre in silenzio, con le mani sulla bocca. Io stavo sotto con loro, ogni pomeriggio, e mi sentivo addosso ogni singolo sguardo, anche quelli che non mi guardavano affatto.
La verità che nessuno mi ha detto in faccia, ma che ho sentito benissimo lo stesso, è che tutti in quel quartiere pensavano fosse colpa mia. E forse un pezzo di colpa ce l'avevo davvero. Non gli avevo augurato del male, ma avevo scelto la comodità di una chiesa pulita al posto di un gatto che, in fondo, non dava fastidio a nessuno tranne che a me e alle mie ginocchia stanche di raccogliere ciotole rovesciate alle sei del mattino.
Il diciannovesimo giorno è arrivato un vigile del fuoco fuori servizio, Marco, che abitava proprio dietro la parrocchia e si era portato da casa un'imbracatura sua, personale, comprata per fare arrampicata. Ha chiesto scusa a don Aurelio per il disturbo, ha detto che non ce la faceva più a vederlo da casa sua ogni sera, magro, che miagolava piano verso il buio. È salito lui, da solo, senza autorizzazioni ufficiali, mentre io tenevo ferma la base della scala e pregavo, per la prima volta in tanti anni da sagrestano, non per la parrocchia ma per un animale.
Romolo non ha graffiato, non ha morso. Si è lasciato prendere per il collo, tremando, come se avesse solo aspettato che qualcuno si decidesse a fare quel gesto. L'ho visto scendere stretto contro il petto di Marco, con gli occhi socchiusi, e in quel momento ho capito una cosa semplice che avrei dovuto capire mesi prima: quel gatto non aveva mai chiesto niente di più di restare dove si sentiva a casa.
Oggi Romolo vive nel cortile della scuola elementare adiacente, dove le maestre gli hanno sistemato una cuccia sotto la tettoia della bidelleria e i bambini litigano su chi porta i croccantini il lunedì. Io continuo a tenere la chiesa in ordine, ma ho rimesso la grata bassa del cortile socchiusa la sera, giusto per quando lui, ogni tanto, vuole tornare a fare un giro tra le colonne del chiostro dove è cresciuto. Non gliel'ho detto a nessuno, ma quella grata la lascio aperta apposta.
