З життя
Il lenzuolo che mia madre non stirò mai a Lecce
Mi chiamo Rosaria, ho 74 anni e da quando mio figlio Antonio mi ha regalato quel dannato ferro da stiro a vapore per il mio settantesimo compleanno, non l'ho quasi mai usato per quello che credevo. Ma andiamo con ordine, perché questa storia non parla di me. Parla di mia suocera, Filomena, e di una lite che abbiamo avuto in cucina un pomeriggio di novembre, con la pentola del sugo che bolliva e io che ancora oggi, a distanza di tre anni, mi chiedo se avevo ragione o se ero soltanto stanca.
Vivo a Lecce da quarantasei anni, da quando ho sposato Cosimo. Sua madre, Filomena, abitava due piani sopra di noi nello stesso palazzo in via Trinchese, e per trent'anni è entrata in casa mia con le chiavi che le avevamo dato "per le emergenze". Non bussava mai. Apriva, chiamava "Rosà" dal corridoio, e andava dritta all'armadio della biancheria come se fosse ancora casa sua.
Io lavoravo alla posta, sportello quattro, trentadue anni di gente che protestava per le raccomandate perse. Tornavo a casa alle due e mezza distrutta, con l'odore di inchiostro dei timbri ancora sulle mani. Cosimo faceva il turno di notte in un'officina di carrozzeria vicino allo stadio, quindi dormiva fino alle tre. Le lenzuola le cambiavo io, il sabato, e avevo deciso — decisione mia, silenziosa, mai discussa con nessuno — che stirarle era tempo che non avevo.
Filomena se n'era accorta subito. La prima volta ha passato la mano sul copriletto, ha sentito che sotto non c'era quella rigidità da amido, e ha fatto una faccia come se avesse trovato un topo in dispensa. "Rosaria," ha detto, con quel tono che usava solo il mio nome intero, mai "Rosà" come faceva Cosimo, "mio figlio dorme in lenzuola sgualcite?"
Le ho risposto che dormiva benissimo, che le lenzuola erano pulite, profumate di ammorbidente al bergamotto, e che sgualcite o no non gliene importava niente a nessuno tranne che a lei. Lei si è girata verso la finestra, ha guardato giù in strada dove passava il pullman delle sette, e ha detto una frase che mi è rimasta incollata per settimane: "Ai miei tempi una donna si vergognava a far entrare le visite in una camera così."
Il punto è che nessuno entrava mai in quella camera tranne noi due, io e Cosimo, e lei quando si intrufolava senza bussare. Ma non gliel'ho detto, quel giorno. Ho lasciato perdere, ho versato il caffè, abbiamo parlato del prezzo del pane che era salito di nuovo.
Poi è arrivata l'estate del suo malore. Un ictus leggero, dicevano i medici, ma l'ha lasciata con la gamba destra che trascinava e la lingua un po' impastata per mesi. Sono stata io a portarle da mangiare ogni giorno, io a lavarle i capelli nel lavandino della cucina perché la doccia le faceva paura, io a sedermi accanto al suo letto mentre lei guardava il soffitto e piangeva senza fare rumore. E in tutto quel tempo, ogni singola volta che entravo in camera sua, trovavo le sue lenzuola — quelle vecchie, di lino pesante, ricamate a mano dalla sua stessa madre — stirate con una piega netta al centro, anche se lei non ce la faceva più a farlo da sola.
Era Cosimo. Mio marito, che aveva sessant'anni passati e non aveva mai toccato un ferro da stiro in vita sua, aveva imparato a farlo di nascosto, la sera, prima del turno, perché sua madre gli aveva chiesto una cosa sola: "Non farmi vedere le lenzuola sgualcite quando arrivano le infermiere."
L'ho scoperto per caso, un martedì, tornando prima dall'ufficio postale perché avevano chiuso lo sportello per un guasto elettrico. L'ho trovato lì, in piedi nella camera di sua madre, con l'asse da stiro aperta e la faccia di uno che viene sorpreso a fare qualcosa di vergognoso. Non gli ho detto niente, in quel momento. Sono uscita e ho aspettato in corridoio finché non ha finito.
Quella sera, a casa nostra, gliel'ho chiesto. Perché. Perché tutta quella fatica per una piega che nessuno, tranne lei, avrebbe mai notato. Cosimo si è seduto al tavolo della cucina, con le mani sporche di macchia d'olio che non andava mai via del tutto, e mi ha detto una cosa che non mi aspettavo: "Perché è l'unica cosa che le è rimasta, Rosà. Non cammina più bene, non parla bene, non si ricorda dove ha messo gli occhiali. Ma quel lenzuolo stirato le dice ancora che è una donna a posto. Non gliela posso togliere anche quella."
Filomena è morta undici mesi dopo, in una stanza dell'ospedale Vito Fazzi, con me da una parte del letto e Cosimo dall'altra. L'ultima cosa che ha detto, tre giorni prima, guardando il lenzuolo dell'ospedale — ruvido, con l'etichetta della lavanderia stampata a caratteri blu — è stata: "Questo non lo stira nessuno." E ha riso, una risata secca, quasi cattiva, come se avesse capito qualcosa di se stessa un attimo prima di lasciarci.
Dopo il funerale, io e Cosimo abbiamo dovuto svuotare il suo appartamento. Nell'armadio della biancheria c'erano quattordici paia di lenzuola di lino, tutte piegate con angoli perfetti, alcune mai nemmeno usate, ancora con il nastrino del corredo che sua madre le aveva preparato per il matrimonio, settant'anni prima. Le ho tirate fuori una a una. Cosimo si è seduto sul letto vuoto e ha pianto per la prima volta da quando lei era morta, tenendo in mano un lenzuolo che profumava ancora di lavanda secca.
Io non ho pianto, quel giorno. Ho fatto una cosa diversa. Ho preso il telefono e ho chiamato don Rocco, il parroco della Cattedrale, chiedendogli se conosceva qualche famiglia bisognosa nel quartiere di Santa Rosa che potesse avere bisogno di biancheria buona. Il giorno dopo sono arrivate due donne del centro Caritas con un furgoncino bianco, e ho consegnato loro tredici delle quattordici paia di lenzuola, firmando un foglietto di ricevuta che ancora conservo in un cassetto.
Una l'ho tenuta. Quella con le iniziali "F.M." ricamate all'angolo, Filomena Miccoli, il nome da nubile di mia suocera. L'ho messa nell'armadio di casa mia, in fondo, sotto le mie. Non l'ho mai stirata dopo quel giorno e non l'ho mai usata per dormire. È lì, piegata così com'era, come prova che qualcuno, prima di lei, l'aveva amata abbastanza da imparare un mestiere che non gli apparteneva.
Le mie lenzuola, quelle di ogni giorno, continuo a non stirarle. Antonio, mio figlio, quando viene a dormire da me con la fidanzata, non se n'è mai accorto, o forse se n'è accorto e non gliene importa, che è la stessa cosa. Cosimo, invece, ogni tanto tira fuori il ferro da stiro di nascosto, la sera, per un cuscino soltanto, quello dove appoggia la testa. Non gli ho mai chiesto perché. Ormai lo so.
