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Il gatto che mi ha salvato la vita ogni notte

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Roma, quartiere Monteverde. Le tre e venti del mattino. Riccardo si svegliò di colpo con un peso sul petto e un dolore acuto alla guancia sinistra. Artiglio. Mirto, il suo grosso gatto grigio tigrato, lo stava fissando a cinque centimetri dal viso, con quegli occhi gialli spalancati come due fanali.

«Basta, Mirto. Basta così», mormorò Riccardo girandosi dall’altra parte. Ma il gatto gli saltò sulla spalla e riprese a dare zampate, questa volta mirando alla nuca. Insistente. Quasi disperato.

Era la quinta notte di fila.

Riccardo si alzò barcollando, si mise una mano sul cuore che batteva all’impazzata – certi colpi sembravano martellate – e si trascinò in cucina. Il gatto lo seguì, si sedette sulla soglia e lo guardò mentre beveva un bicchiere d’acqua a piccoli sorsi. Solo quando Riccardo si accasciò sul divano del soggiorno, Mirto salì sulla poltrona accanto, si fece una giratina e si addormentò di schianto.

«Sei matto», gli disse Riccardo nel buio. «Completamente matto».

Al mattino, davanti alla moka che borbottava, chiamò Elena.

Elena era sua sorella più grande, quella con la risposta pronta per ogni problema. Faceva l’ortopedico all’Umberto I, ma quando si trattava del gatto di Riccardo si trasformava in veterinaria per vocazione.

«Gli avrò dato del tonno scaduto. O forse ha visto un piccione sul davanzale. Io che ne so, Elé, però mi sta rovinando. Ieri ho quasi fatto un incidente col motorino, mi sono addormentato al semaforo di viale Trastevere».

Ci fu una pausa dall’altro capo del telefono.

«Senti, perché non lo porti da qualcuno? C’è un ambulatorio serio a Centocelle, la dottoressa Moretti. Si occupa di comportamento animale».

«Uno psicologo. Per il gatto».

«Esatto. Tu intanto prendi qualcosa per dormire».

La dottoressa Moretti aveva lo studio in un palazzo anni Trenta con le mattonelle esagonali in cortile. Riccardo entrò con il trasportino appoggiato al petto, dentro Mirto che taceva e osservava tutto immobile come una statua egizia.

Era un uomo sulla cinquantina, asciutto, le mani segnate dal lavoro – faceva l’orafo in un piccolo laboratorio a San Lorenzo. Portava una camicia di lino stropicciata e occhiaie profonde come solchi.

«Dottoressa, mi scusi l’ora. Ho questo gatto che di notte impazzisce».

La veterinaria – capelli corti brizzolati, modi calmi – fece accomodare entrambi sul tavolo da visita. Mirto uscì dal trasportino, annusò l’acciaio, poi si sedette composto con la coda avvolta attorno alle zampe.

«Mi racconti».

Riccardo raccontò. Ogni notte, sempre tra le tre e le quattro. Prima una zampata leggera sulla guancia. Poi, se non rispondeva, morsetti alle dita dei piedi. Poi artigli sul braccio. Fino a quando Riccardo non si alzava e non usciva dalla camera da letto. A quel punto Mirto prendeva possesso del suo posto – il cuscino, il lato sinistro del letto – e non si muoveva più fino al mattino.

«Due mesi così. All’inizio credevo fosse un capriccio. Poi ho pensato che stesse male. Poi ho pensato che stessi male io. Il mio medico mi ha dato dello Xanax leggero, ma il gatto mi sveglia lo stesso. Ci metto solo più tempo a reagire».

La dottoressa passò le mani sul corpo di Mirto. Ascoltò il cuore. Controllò le gengive. Gli pesò.

«Sta bene. Normale. Anzi, per sette chili è in forma».

Sollevò lo sguardo su Riccardo.

«Lei russa?»

«Cosa?»

«Se russa. Se qualcuno glielo ha mai detto».

Lui ci pensò su. «Beh, la mia ex… diceva che ogni tanto smettevo di respirare. Una roba strana. Lei mi dava una gomitata e io riprendevo. Perché?»

La veterinaria non rispose subito. Guardò il gatto. Mirto la guardò. Era uno di quegli scambi silenziosi che mettono un certo disagio.

«Dottoressa, c’è qualcosa che non mi sta dicendo».

Lei appoggiò le mani sul tavolo.

«Signor Riccardo, io tratto il comportamento animale. E le dico una cosa che ho visto succedere altre due volte in trent’anni. I gatti, come i cani, hanno un udito e una sensibilità che noi nemmeno immaginiamo. Sentono il battito cardiaco. Sentono i cambiamenti nel respiro. E quando un gatto sveglia un umano sempre allo stesso orario, nel cuore della notte, con insistenza… spesso non è il gatto ad avere un problema psichiatrico».

Riccardo sentì un formicolio salire dalla schiena al collo.

«Il problema è il mio cuore?»

«Non lo so. Può essere il cuore. Può essere il respiro. Può essere la glicemia. Ma qualcosa, in quello specifico momento della notte, nel suo corpo non funziona come dovrebbe. E Mirto lo sente. Per lui è un’anomalia. Un pericolo. E cerca di tirarla fuori da quel pericolo».

Nell’ambulatorio scese un silenzio strano. Fuori si sentiva un tram sferragliare sui binari di via delle Robinie.

«Io…», Riccardo si passò una mano sulla faccia. «Io ho sempre pensato che mi volesse rubare il letto».

«Quello è un effetto collaterale. Vede, dopo che lei si alza, il suo odore sul cuscino lo rassicura. È il profumo del suo umano, e lui ci si accuccia sopra per dire “missione compiuta”».

Quella sera stessa Riccardo chiamò sua sorella Elena.

«Devo fare un controllo. Serio. Mi metti in contatto con un cardiologo?»

La settimana successiva fece tutti gli esami: elettrocardiogramma, holter pressorio delle ventiquattr’ore, prelievo. Poi una polisonnografia – l’esame del sonno, con tutti quei fili attaccati alla testa.

La telefonata del medico arrivò di giovedì pomeriggio, mentre Riccardo stava saldando un anello sul banco da lavoro.

«Signor Riccardo, abbiamo i risultati. Apnea ostruttiva grave. Durante la notte il suo respiro si ferma per dieci, quindici secondi. Anche venti, a volte. L’ossigenazione del sangue scende a livelli pericolosi. Il cuore va sotto sforzo ogni volta».

«E se continuavo così?»

Il medico fece una pausa, il genere di pausa che non lascia spazio a dubbi.

«Aritmie maggiori. Ictus. Infarto nel sonno. Mi creda, non è un’esagerazione».

Riccardo posò il saldatore. Guardò il gatto che sonnecchiava sul davanzale, la coda che penzolava molle.

«Dottore, glielo devo dire… me l’ha diagnosticato il gatto».

Il medico rise. «Non è il primo che me lo dice. E non sarà l’ultimo».

Adesso Riccardo dorme con una CPAP, una mascherina che gli tiene aperte le vie respiratorie. Le prime notti è stato strano – quel rumore leggero, la plastica sul viso. Mirto all’inizio fissava il macchinario con sospetto, annusandolo come un nemico da studiare.

Poi, la terza notte, ha capito.

È salito sul letto, ha camminato sul piumone fino al cuscino, ha dato una leccata sul dorso della mano di Riccardo e si è acciambellato contro il suo fianco. Immobile. Caldo. Le fusa così forti che sembravano un motorino acceso al minimo.

Non lo sveglia più.

Ora che il respiro del suo umano è regolare – ora che il cuore non fa più quei colpi irregolari nel buio – Mirto può finalmente dormire. Il suo turno di guardia è finito.

Quando la mattina Riccardo si siede a bere il caffè, il gatto lo segue in cucina, si stiracchia pigro sul tappetino sotto la finestra e lo guarda con quegli occhi gialli, socchiudendoli piano.

Ogni tanto Riccardo gli gratta la testa, e pensa a quanto è sottile il confine tra una zampata sul viso e un salvagente lanciato nell’acqua scura della notte.

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