IT
Le chiavi del laboratorio di Renzo
Faccio la ragioniera part-time da diciott'anni nello stesso studio commerciale di Vicolo Corto, a Reggio Emilia, e di storie di famiglia ne ho sentite tante — di solito le racconto io stessa, seduta al bar sotto casa, con Marina che mi versa il decaffeinato e aspetta la parte succosa. Questa però l'ho vista con i miei occhi, perché il cliente in questione, Adele Bertaglia, è la mia vicina di pianerottolo da dodici anni.
Adele ha sessantotto anni, il marito le è morto nel duemilaventuno, e per tirare avanti ha continuato a mandare avanti da sola la piccola officina meccanica che avevano aperto insieme negli anni Ottanta, in via Adua. Non riparava lei le macchine, ovvio — teneva i conti, pagava i fornitori, faceva da segretaria a Renzo, il meccanico storico, e a suo genero Fabio, che ci lavorava da quando aveva sposato sua figlia Chiara.
Fabio è uno di quei tipi che entra in una stanza e la temperatura scende di due gradi. L'ho visto io stessa, alle cene di condominio organizzate ogni tanto nel cortile, quando qualcuno tirava fuori la griglia: lui arrivava, salutava appena, si sedeva in disparte con il telefono, e se Adele gli chiedeva qualcosa — un bicchiere, il sale — rispondeva con un grugnito che non era proprio una risposta.
Il fatto è che tre mesi fa Chiara ha lasciato Fabio. Non so tutti i dettagli, ma la voce del palazzo dice che lui aveva messo su un'altra famiglia, per modo di dire, con una che lavorava al bar dell'angolo di corso Cairoli. Chiara se n'è andata con la bambina, ha preso una casa in affitto vicino ai Chiostri, e Fabio è rimasto solo. E qui viene la parte che mi ha fatto restare senza parole.
Fabio ha continuato a presentarsi in officina come se niente fosse. Anzi, ha iniziato a comportarsi come se il posto fosse suo. Adele mi ha raccontato — eravamo ferme sul pianerottolo, lei con le buste della spesa, io che tornavo dallo studio — che Fabio aveva cominciato a dare ordini a Renzo, a decidere lui i prezzi dei preventivi, a incassare direttamente senza passare dalla cassa che teneva lei. Una sera Adele è entrata per chiudere il registratore di cassa e ha trovato quattrocento euro mancanti. Fabio le ha detto, testuali parole riferite da lei: "Sono ancora di famiglia, no? Mi sono preso quello che mi spetta."
Di famiglia. Dopo aver lasciato sua figlia con la bambina di sei anni e un affitto da pagare da sola.
Io in quel momento stavo scendendo le scale con il sacchetto della spazzatura, e mi sono fermata perché Adele aveva la voce che le tremava — non di rabbia, proprio di stanchezza, come chi ha già litigato mille volte nella propria testa prima ancora di aprire bocca. Le ho chiesto se voleva un caffè da me, ha detto di no, che doveva andare dal notaio il giorno dopo.
Quello è stato il punto in cui ho capito che la storia non sarebbe finita con un altro grugnito ignorato in cortile.
Il notaio in questione è lo studio Panizzi, in piazza Prampolini, lo stesso che uso io per i clienti dello studio commerciale. L'ho saputo perché tre giorni dopo Adele è passata da me per farsi controllare due conti prima di firmare — voleva essere sicura di non lasciare buchi. Aveva in mano una cartellina blu, di quelle con l'elastico, e dentro c'erano le carte dell'officina: l'atto di proprietà, che era intestato solo a lei da quando il marito era morto senza testamento e lei aveva rilevato tutto in successione, e un contratto di lavoro che formalizzava la posizione di Renzo come unico dipendente autorizzato a gestire cassa e preventivi.
Fabio, si è scoperto controllando le carte vecchie, non era mai stato socio. Lavorava lì, prendeva lo stipendio, ma la ditta individuale era sempre stata di Adele. Lui in tutti quegli anni si era comportato da comproprietario solo perché nessuno gli aveva mai detto il contrario.
Il giorno della firma io non c'ero, ma Adele me l'ha raccontato la sera stessa, di nuovo sul pianerottolo, questa volta con una bottiglia di prosecco che le aveva regalato sua figlia. Aveva chiamato Fabio in officina apposta, gli aveva detto di venire perché doveva "sistemare delle cose", e lui si era presentato tranquillo, convinto — ha detto Adele — che si trattasse di dargli in mano un altro mazzo di chiavi.
Invece Adele gli ha messo davanti la busta del notaio: la revoca di ogni accesso alla cassa, la comunicazione formale che da quel giorno il suo contratto da meccanico presso l'officina Bertaglia era risolto per giusta causa — l'ammanco di cassa, verbalizzato, bastava e avanzava — e la richiesta di restituzione delle chiavi del laboratorio e del furgone aziendale, quello con cui lui andava in giro a fare i sopralluoghi anche nei weekend, spesso non per lavoro.
Fabio ha provato a discutere, ha tirato fuori la storia della famiglia, ha detto che senza quel lavoro non sapeva come pagare gli alimenti a Chiara. Adele, mi ha detto lei stessa con una calma che io al posto suo non avrei avuto, gli ha risposto una frase sola: "Gli alimenti li discuti con mia figlia e con l'avvocato. Qui dentro, da oggi, ci lavora solo chi merita la mia fiducia."
Ha posato le chiavi di ricambio sul bancone davanti a Renzo, che da quel giorno è diventato il nuovo responsabile dell'officina con tanto di procura firmata, e ha accompagnato Fabio alla porta con la stessa cartellina blu ancora in mano.
Io quella sera, tornando su per le scale con la mia bottiglia di prosecco offerta in cambio, l'ho vista diversa — non trionfante, non stava certo festeggiando la fine di un matrimonio andato in pezzi sotto i suoi occhi. Era solo più dritta sulla schiena, come una che ha smesso di portare un peso che non le apparteneva. Mi ha offerto un bicchiere sul pianerottolo, abbiamo bevuto in piedi appoggiate alla ringhiera, e a un certo punto è arrivato il suo gatto, che si chiama Tortello, a strusciarsi contro le buste della spesa ancora per terra.
Non le ho chiesto se avesse sentito Fabio da allora. Non era una domanda che aveva senso fare. Il pianerottolo era già tutta la risposta che serviva.
