Connect with us

IT

Una nonna a Genova

Published

on

Il pescivendolo scoppia a ridere. "Ma quello non è mica un aereo, piccolino, quella è una nave!" Tobia, tre anni, il ditino puntato verso il porto di Sampierdarena, ripete testardo: "Oma, litak! Litak!" Un cargo carico di container risale lentamente il canale, e per lui è comunque un aereo, perché in ucraino "litak" è la prima parola che gli ho insegnato di nascosto, il martedì e il giovedì, i giorni in cui lo tengo io mentre Andriy e sua moglie lavorano.

Stringo un po' più forte la sua manina nella mia e mi viene da ridere anch'io, ma è una risata che si incrina a metà, perché so esattamente chi avrebbe adorato quella scena assurda: Marco. Ed è buffo come basti un bambino di tre anni che confonde una nave con un aereo per farmi tornare indietro di trent'anni, a Kharkiv, a un'altra vita che ormai sembra appartenuta a un'altra donna.

Mi chiamo Larissa. Avevo cinquantun anni quando tutto è cambiato, e non avevo mai immaginato di lasciare la mia città. A Kharkiv avevo un appartamento al terzo piano in via Sumska, i colleghi del liceo numero dodici dove insegnavo chimica e biologia, e Andriy, mio figlio, che aveva appena compiuto otto anni. Una vita fatta di piccoli fastidi e grandi abitudini, di quelle che non ti chiedi mai se ti bastano davvero.

Poi sono venute tre settimane di vacanza in Liguria, ospite di un'amica d'infanzia trasferita a Genova anni prima. L'ultima sera lei ha organizzato una cena e mi ha messo davanti un uomo alto, i capelli già grigi a quarantacinque anni, proprietario di una piccola falegnameria dalle parti di Sampierdarena. Si chiamava Marco.

Abbiamo parlato fino alle due di notte, di niente e di tutto. Il giorno dopo ho ripreso l'aereo per Kharkiv, ma qualcosa dentro di me si era già spostato, come un tassello che finalmente trova il suo posto e non ne vuole più sapere di muoversi.

È seguito un anno di lettere, telefonate internazionali pagate a peso d'oro, biglietti aerei troppo cari. Poi la decisione: ho venduto l'appartamento, i mobili, tutto quello che avevo, ho preso per mano Andriy, che ormai aveva nove anni, e siamo partiti per Genova.

Ricominciare da zero a cinquantadue anni, con un bambino che non parlava una parola d'italiano, non è un modo di dire: è un muro che scali ogni mattina. Un'altra lingua, un altro clima, un'altra maniera di fare la fila alla posta. Ricordo di essere rimasta impalata davanti alla vetrina di un alimentari, incapace di chiedere dove trovare il grano saraceno, mentre la commessa aspettava con la pazienza di chi ha già capito tutto.

Mi colpivano i negozianti che ogni mattina, prima di aprire, lavavano il marciapiede con il sapone: da noi nessuno l'avrebbe mai fatto. E mi colpiva la libertà di muoversi, quella vera, che a Kharkiv non avevo mai conosciuto. A ventitré anni avevo provato ad andare a trovare la mia migliore amica Ludmila, trasferita in Bulgaria, e non ero riuscita a passare il confine: i documenti non erano mai in regola come si voleva. Quel paese era chiuso come un cassetto incastrato.

Con Marco, invece, niente pesava. Aveva un senso dell'umorismo tagliente e una pazienza che non avevo mai visto in un uomo. La prima volta che Andriy lo chiamò "papà", senza che nessuno glielo avesse chiesto, Marco uscì sul balcone a fumare una sigaretta, lui che aveva smesso da anni: le mani tremavano leggermente mentre accendeva l'accendino, e capii che quel gesto valeva più di qualsiasi frase.

Ci siamo sposati due anni dopo, al Comune di Genova, con Andriy che aveva undici anni e faceva da paggetto goffo nel suo vestito troppo largo. Testimoni: il fratello di Marco e Ludmila, venuta apposta da Sofia, perché nel frattempo la Bulgaria si era aperta e i confini non erano più cassetti incastrati.

Per dodici anni la falegnameria di Sampierdarena ha scandito le nostre giornate: la segatura sui pantaloni di Marco quando tornava a cena, l'odore di legno di noce che si portava dietro fin sotto le lenzuola. Poi, tre anni fa il male al pancreas, e in sei mesi Marco non c'era più. Ricordo l'ultima frase che mi disse, la sera prima di andare in ospedale per l'ultima volta: "Non dimenticarti di dare la mano a Tobia quando nasce, anche se io non ci sarò." Non sapeva ancora che sarebbe stato un maschio, lo sentiva e basta, come sentiva sempre le cose prima che accadessero.

Andriy aveva ventun anni. Io ne avevo sessantatré e mi sono ritrovata sola nella casa di Sampierdarena, con la falegnameria chiusa e gli attrezzi che prendevano polvere nel magazzino, la sega circolare ferma a metà di un taglio che nessuno avrebbe mai finito.

Ho tenuto la bottega due anni prima di decidermi a venderla a una giovane coppia che voleva aprirci un panificio. Il giorno in cui sono venuti a staccare l'insegna — MARCO ROSSI, FALEGNAMERIA — sono rimasta sulla soglia a guardare l'operaio svitare le ultime viti, e ho dovuto appoggiarmi allo stipite della porta perché le gambe non mi reggevano più. A un certo punto bisognava pur voltare pagina.

Un grande ritratto di Marco è appeso in salotto, sopra la credenza di rovere che aveva costruito con le sue mani. Sette anni fa Andriy mi disse: "Mamma, bisogna andare avanti, la vita continua." Non aveva torto, ma sentirlo dire proprio da mio figlio mi aveva ferita più di quanto avrei voluto ammettere.

Poi, tre anni fa, è nato Tobia, e qualcosa si è davvero riaperto. Adesso, mentre lo tengo per mano davanti al banco del pesce e lui indica ostinato quella nave scambiandola per un aereo, penso che dovrò finalmente andare a Sofia da Ludmila, a riprendermi le vecchie foto di Kharkiv che le avevo affidato prima di partire: quelle dell'appartamento di via Sumska, di mia madre, della scuola numero dodici. Le metterò in un album, e un giorno, quando Tobia sarà un po' più grande, gliele mostrerò una per una, spiegandogli in ucraino chi sono le persone dentro. Per ora, davanti al porto, gli basta gridare "litak" ogni volta che passa una nave, e a me, per oggi, basta e avanza.

Click to comment

Leave a Reply

Ваша e-mail адреса не оприлюднюватиметься. Обов’язкові поля позначені *

6 + чотири =

Також цікаво:

NL5 хвилин ago

De garage aan de Zwolseweg

Ik werk al zeventien jaar bij de sleutelboetiek op de hoek van de Zwolseweg, hier in Deventer, tussen de stomerij...

IT6 хвилин ago

Il matrimonio di mia sorella

Era il dodici luglio, un sabato, l'erba del giardino della trattoria sul Naviglio ancora umida di rugiada, quando Caterina Ferretti...

HU14 хвилин ago

Repülőgép Óbudán

Dorka vagyok, hatvanhárom éves, és tizennégy éve dolgozom gyógyszertári asszisztensként az óbudai Bécsi úton, két sarokra attól a társasháztól, ahol...

IT22 хвилини ago

Le chiavi del laboratorio di Renzo

Faccio la ragioniera part-time da diciott'anni nello stesso studio commerciale di Vicolo Corto, a Reggio Emilia, e di storie di...

IT37 хвилин ago

Una nonna a Genova

Il pescivendolo scoppia a ridere. "Ma quello non è mica un aereo, piccolino, quella è una nave!" Tobia, tre anni,...

HU58 хвилин ago

A varrónő, aki nem hímzett többé ingyen

Tizenegy éve dolgozom a Váci úti vegytisztítóban, a Katona Textiltisztító cégtáblája alatt, ahol besétál mindenki, akinek foltos a farmerja vagy...

IT1 годину ago

L’officina di Vittorio a Lucca, e il conto che mia suocera non ha mai saldato

Mi chiamo Renato, ho quarantatré anni, e per undici anni ho fatto il meccanico nell'officina che era di mio suocero,...

LT1 годину ago

Anūkė papasakojo tiesą

Sužinojau iš savo šešiolikametės anūkės, kol ji valgė traškučius priešais televizorių: jos tėvas parduoda įmonę už šešiasdešimt penkis tūkstančius eurų...