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Nove giorni al buio, poi Rocco è tornato
Mi chiamo Sandro Vitali, ho quarantatré anni e faccio il custode notturno al parcheggio multipiano di via Bligny, qui a Brescia. Novecentoquaranta posti auto su sei livelli interrati, e io sono quello che gira con la torcia quando l'impianto d'illuminazione del livello -3 fa i capricci, cosa che succede più spesso di quanto dovrebbe.
Quella storia con il cane l'ho vissuta io, dall'interno, e da allora non riesco a guardare una Panda grigia parcheggiata da sola senza fermarmi a controllare.
Era la sera del 4 settembre, un giovedì, faceva ancora un caldo assurdo per essere quasi autunno. Stavo facendo il giro delle 23 con il terminalino per segnare le targhe scadute quando ho sentito un guaito sottile, quasi un lamento, che veniva dal fondo della fila G, quella vicino al vano scale che nessuno usa mai perché puzza di umido e la gente preferisce l'ascensore.
Mi sono avvicinato pensando fosse un gatto rimasto chiuso fuori. Invece era un cane, un meticcio bianco e marrone, magro da far paura, chiuso dentro un'utilitaria bianca senza targhe. Senza targhe, capite? Qualcuno le aveva smontate apposta.
Ho chiamato il collega del turno di giorno, Ettore, che mi ha detto una cosa che mi ha gelato: quella macchina era ferma lì da nove giorni. L'aveva notata già il 26 agosto perché occupava un posto riservato ai disabili senza contrassegno, e aveva pure fatto una segnalazione all'ufficio, ma nessuno l'aveva controllata da vicino. Nove giorni, in un garage sotterraneo dove d'estate la temperatura non scende mai sotto i ventotto gradi e l'aria sa di gasolio e cemento bagnato.
Ho rotto il finestrino posteriore con il martelletto di emergenza che teniamo nella guardiola, quello per le auto elettriche in caso di incendio. Il cane non si è mosso di scatto, non ha nemmeno abbaiato. Ha solo alzato la testa e mi ha guardato come se aspettasse qualcun altro, non me. Aveva la ciotola dell'acqua completamente secca, incrostata, e in un angolo un sacchetto di crocchette vuoto, di quelli da mezzo chilo, che a un cane di taglia media dura sì e no tre giorni.
L'ho tirato fuori io, con le braccia, perché non riusciva quasi a reggersi sulle zampe posteriori. Pesava sui dieci chili, quando dal collare — uno di quelli con la placchetta di metallo — si capiva che doveva pesarne almeno diciotto o venti da sano. Sulla placchetta c'era inciso un nome: Rocco.
Ho chiamato subito i vigili del fuoco e la guardia zoologica del Comune, la dottoressa Elisa Fanti è arrivata in ambulanza veterinaria alle 23:40 passate. Mi ricordo l'orario perché ho dovuto compilare il registro degli accessi notturni e mi tremava la mano.
Quello che mi ha colpito, e lo dico perché l'ho visto con i miei occhi mentre aspettavamo l'ambulanza seduto sul cemento freddo accanto a lui, è che Rocco non ha provato a mordermi nemmeno una volta. Gli ho versato dell'acqua della mia borraccia in una vaschetta di plastica che tengo per le emergenze, e lui beveva piano, fermandosi ogni tanto a fissarmi, come per chiedere il permesso. Non un ringhio, non un guaito di paura. Solo quella specie di domanda muta negli occhi.
La dottoressa Fanti ha controllato il microchip con il lettore portatile e in due minuti aveva un nome e un indirizzo: un uomo di Rezzato, un paese qui vicino, che secondo l'anagrafe canina risultava proprietario di Rocco da quattro anni. Ha chiamato subito i carabinieri della stazione di Rezzato per fare la segnalazione di abbandono, reato penale vero e proprio secondo la legge 189 del 2004, quella contro il maltrattamento degli animali: si rischia fino a un anno di reclusione e una multa che arriva a diecimila euro.
Io della causa civile e di tutto il resto non so molto, ma so che tre settimane dopo, quando sono tornato al canile sanitario dell'ASST per portare due coperte che mi erano avanzate a casa, Rocco pesava già quattordici chili e aveva ripreso il pelo sulla schiena, dove prima si vedevano chiazze pelate per lo stress.
L'ultima volta che l'ho visto, un volontario del canile — un ragazzo con una felpa dell'Atalanta, mi ricordo perché io sono milanista e ci abbiamo scherzato su — gli stava insegnando a camminare al guinzaglio nel cortile sul retro, quello con la fontanella rotta che perde sempre un filo d'acqua. Rocco si fermava ogni tre passi ad annusare le foglie secche, come se ogni odore fosse una scoperta.
Non l'ho più rivisto dopo quel giorno. Ho sentito dire, dal collega Ettore che ogni tanto passa a chiedere notizie al canile, che una famiglia di Ospitaletto ha fatto domanda di adozione e che la pratica è già firmata: contratto di affido con impegno di verifica dopo sei mesi, come fanno sempre in questi casi. Del proprietario che l'ha abbandonato, invece, so solo che è stato denunciato e che dovrà rispondere davanti al giudice di pace di Brescia.
Io continuo a fare il mio giro alle undici di sera, livello per livello, e ogni tanto, passando davanti al posto G14, mi fermo un secondo. Non per malinconia, solo per abitudine. Certe cose, quando le hai viste con gli occhi tuoi in un parcheggio vuoto alle undici e mezza di notte, restano.
