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Il sogno del papà

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Marco aveva sempre sognato un figlio maschio. Aveva persino scelto il nome: Tommaso. Ma il destino aveva voluto che in casa crescessero tre splendide bambine. Sua moglie Elena non si perdeva mai d’animo: «Guarda che meraviglie abbiamo!» ripeteva. Marco sorrideva e annuiva. Certo, adorava le sue figlie sveglie e piene di vita. Eppure, a volte, sentiva una sottile fitta di invidia quando osservava il vicino giocare a pallone con i suoi ragazzi. «Ma dai, Marco! La tua Chiara fa karate. Picchia più forte di qualsiasi maschiaccio,» gli diceva l’amico. Marco rideva. Chiara, a dieci anni, era davvero una bambina tosta. Anche le sue sorelle, le gemelle di sette anni Sofia e Alice, avevano un caratterino niente male. Ma il desiderio di un maschio non lo abbandonava mai.

Anche le bambine avevano un sogno: un animale domestico. «No, assolutamente. Non sopporterei una creatura che abbaia in continuazione,» tagliava corto Marco alle richieste di un cane. «Il gatto graffierebbe la tappezzeria. I criceti puzzano. Il pappagallo è troppo rumoroso,» liquidava tutte le proposte successive. Le bambine tenevano il broncio, offese. «Ma a casa di Giulia e Sara hanno due cani! E non è successo niente!» protestava a bassa voce Chiara, ma il padre restava irremovibile. «Qualcosa inventeremo,» consolava tutte Sofia, che non si dava mai per vinta.

Il compleanno di Marco si avvicinava. Le bambine erano nella stanza di Chiara a discutere sul regalo perfetto. «Un thermos? Un kit da barba?» «Ma no! Sono troppo banali!» «Allora pensaci tu, genio! Noi faremo un bel disegno! Mancano due giorni!» «Sembrate dell’asilo! Un regalo deve essere inaspettato e memorabile! Lo dice sempre la mamma.» La discussione andava avanti da mezz’ora e rischiava di degenerare, quando squillò il telefono.

«Chiaretta, avete buttato la spazzatura?» chiese la mamma. «Certo… non ci siamo dimenticate. Tutto fatto. Stai tornando a casa?» mentì Chiara senza battere ciglio. E, dopo essersi accertata che la mamma sarebbe arrivata tardi, iniziò a prepararsi in fretta. «Veniamo anche noi!» la sostennero le gemelle. «Ma vi pare che andiamo in tre con un sacchetto solo?» si accigliò Chiara. Ciononostante, pochi minuti dopo il terzetto era già fuori dal portone.

«Sentite? Sembra venire da lì, dai cassonetti,» sussurrò Alice. Le altre si immobilizzarono, annuendo. Avvicinandosi, capirono che dai bidoni proveniva un miagolio disperato. «Non avranno mica buttato un gatto nella spazzatura?» azzardò Chiara. Sofia scrollò le spalle e cominciò a rovesciare energicamente i sacchi che riempivano il contenitore. Le sorelle, storcendo il naso, iniziarono ad aiutarla. Come se avesse intuito che la salvezza era vicina, il gatto lanciò un grido straziante. «Speriamo non ci salti addosso. E perché non esce fuori? Si è incastrato?» sbuffò Chiara, sporgendosi dal bordo. Dall’altro lato, Sofia e Alice si davano da fare. Pochi minuti dopo, il mistero fu risolto. «Ma questi adulti sono completamente impazziti. Roba da matti: mettere un gatto in un sacchetto di plastica e buttarlo via!» si indignò Chiara, sciogliendo il cellophane frusciante che imprigionava un gatto rosso e spaventato. «Com’è bello e affettuoso! Come hanno potuto gettare via questa povera creatura?» sospirò Alice. Il gatto si aggrappò subito alla bambina, tremando dalla paura.

«Che cosa state combinando, piccole teppiste? Avete rovesciato tutta la spazzatura per strada! Adesso lo dico ai vostri genitori. Bella idea, approfittare dell’assenza di mamma e papà!» tuonò per tutto il cortile la signora Agnese. Discutere con quella donna arcigna era inutile. Nonostante l’età, avanzava minacciosa verso di loro. «Scappiamo!» ordinò subito Chiara. E le sorelle si precipitarono verso l’androne, con le urla feroci della signora Agnese a far loro da sottofondo. «Uff, per un pelo,» sospirò Sofia, chiudendo la porta di casa. «Sicuro andrà a lamentarsi. Vedrete. Vi ricordate quando abbiamo rotto il vetro sulle scale? Lei era lì, e la sera stessa lo ha riferito a papà,» borbottò Chiara, ripensando alle loro marachelle.

Marco stava tornando dal lavoro. Era di ottimo umore. Davanti a sé aveva il fine settimana e il suo compleanno. Amava quella festa fin da bambino ed era felice di passarla in famiglia. All’improvviso, gli si parò davanti una donna rom. «Un regalo inaspettato ti aspetta, caro! Sarai felice, riderai!» gli disse in fretta, sfiorandogli la mano, per poi allontanarsi subito. «Che strane cartomanti. Una volta almeno ti chiedevano di “leggere la mano”,» ridacchiò tra sé Marco, senza dare peso a quelle parole e affrettandosi verso casa.

In casa, intanto, ferveva l’animazione. «E la mamma cosa gli regala? Lo avete scoperto?» chiese Chiara alle sorelline, che si strinsero nelle spalle. «Gliel’ho chiesto, ma ha detto che è una sorpresa. Lo scopriremo a tempo debito,» rispose Sofia. Ed era strano, perché di solito la mamma preparava la festa del papà insieme a loro. «L’ho vista mettere dei fogli in una busta regalo. Magari un buono per una spa? Ricordate che sognavano una vacanza rilassante insieme?» rifletté Alice. «Può darsi. Ma la nostra sorpresa non sarà da meno. Resterà nella storia e sarà un vero shock per papà,» ridacchiò Chiara. «L’importante è che non la scopra prima,» si mise l’indice sulle labbra Sofia.

Proprio in quel momento suonarono alla porta e le bambine corsero ad aprire. Sulla soglia c’erano i genitori. «Siete fin troppo silenziose stasera. Forza, confessate subito cosa avete combinato questa volta,» disse Elena, scrutando le figlie. Ma le sorelle giurarono che era tutto a posto. «Abbiamo anche buttato la spazzatura!» riferì trionfante Chiara. «Ottimo. E perché in bagno è tutto bagnato?» indagò la madre, avvicinandosi al lavandino. Le bambine si scambiarono un’occhiata. «Scusa, mamy, volevo lavare la maglietta. Mi si è un po’ sporcata,» abbassò lo sguardo Alice. «Mai un giorno senza avventure!» rise Marco. Era davvero di buon umore. Le bambine si ritirarono nelle loro stanze senza storie e andarono a letto senza fiatare. «Sta crescendo una bella squadra… Guarda come sono obbedienti stasera. Si vede che mi stanno preparando una sorpresa,» sorrise Marco baciando la moglie. «A me sembra più la quiete prima della tempesta,» mormorò Elena, piena di dubbi. Conosceva fin troppo bene le sue figlie.

Si erano già addormentati, quando dalla stanza di Chiara arrivò uno strano rumore. «Mi è sembrato un miagolio,» biascicò Marco nel sonno. Quando entrarono nella cameretta, Chiara era seduta sul letto con Sofia. «Ho fatto un brutto sogno, ma ora è tutto a posto. Dormo con lei, va bene?» sussurrò la bambina. «Certo, tesoro. Sicure di non aver bisogno di noi?» chiese Elena. Le sorelle annuirono e il resto della notte trascorse tranquillo.

All’alba del suo compleanno, Marco ebbe un sonno agitato. Sognava incubi con una donna rom dai capelli rossi. Miagolava e lo fissava con occhi verde brillante. Alla fine aprì gli occhi e rimase impietrito. Sul suo petto era accovacciata una creatura rossa che lo trapassava con lo sguardo. «Miao,» lo salutò il mostro. «Aaaah!» fu tutto ciò che riuscì a dire l’uomo. Elena sobbalzò, cercando di capire cosa stesse succedendo. «Cosa? Che cos’è?» balbettò infine il festeggiato, fissando il gatto rosso che già cercava di accoccolarsi ai suoi piedi. Elena sbatteva le palpebre sconcertata.

«Oh, papà! Hai già visto la nostra sorpresa!» esordì Chiara, cercando di essere il più disinvolta possibile, entrando in camera. Dietro di lei si accodarono le gemelle. «Buon compleanno, papino! Abbiamo deciso di farti un regalo memorabile. Ti presentiamo Pallino. È un gatto buonissimo, tranquillo ed educato. Tra l’altro, è già due giorni che vive con noi e non ve ne siete neanche accorti. I divani sono intatti e la tappezzeria pure,» dissero in coro Alice e Sofia.

Elena scoppiò a ridere, vedendo Marco senza parole. «Tu non preoccuparti, papà. La mamma ora ti regala la spa e voi ve ne andate a rilassarvi lontani da noi. Noi qui ce la caveremo da sole,» sparò Chiara. «Quale spa? Un attimo, ragazze,» Elena guardò le figlie con sorpresa. «Ma il tuo regalo nella busta non è forse un soggiorno benessere? L’ho visto io,» intervenne Alice in soccorso della sorella. Elena rise nervosamente. «Pare che in questa casa non si possa nascondere più nulla,» disse alla fine. «Ma io con questa bestia cosa ci faccio?» chiese Marco spaesato, osservando il gatto che faceva le fusa tranquillo ai suoi piedi.

Le bambine si guardarono. «Vedi, papà, è successo tutto per caso. Siamo scese in cortile e abbiamo trovato il gatto in un sacchetto… nel bidone della spazzatura. Poi è arrivata la signora Agnese. Urlava come un’ossessa. Sai anche tu come sa fare…» iniziò Chiara. «Ci siamo spaventate e siamo corse a casa a gambe levate,» aggiunse Sofia con autorevolezza. «È successo tutto da solo e il gatto si è ritrovato in casa nostra. Ma non potevamo ributtarlo nell’immondizia, no? L’abbiamo anche lavato e rimesso in sesto. È davvero paziente e tranquillo,» concluse Alice con gli occhi lucidi.

Marco sospirò. Nella sua mente, chissà perché, risuonarono le parole della donna rom sul regalo inaspettato. «Già… Un bel regalone, non c’è che dire,» mormorò, osservando l’intera compagnia. «Amore, forse le bambine hanno ragione. Il gatto fa davvero pena, ha già sofferto tanto. E guarda che aria mansueta e affettuosa ha,» intervenne la madre in difesa delle figlie. Marco sospirò, valutando la situazione. «E ci acchiapperà anche i topi. Ne sono sicura!» calò l’asso Sofia. «Ma non abbiamo mai avuto topi,» constatò mestamente Marco. «Non si sa mai, l’altro giorno ho sentito dei fruscii dietro il muro,» rincarò Alice. «Va bene, piccole pesti. Staremo a vedere come vi comporterete d’ora in poi. E ovviamente controlleremo anche la condotta di Pallino,» rise Marco. «Ma perché Pallino?» volle sapere Elena. «Dovreste sentire come fa le fusa quando gli gratti la pancia,» sorrisero le bambine.

«Ma insomma, cos’era il regalo nella busta?» volle chiarire Alice. Elena arrossì leggermente. Poi portò al marito una scatoletta dove teneva la busta. «Non ci posso credere!» esclamò l’uomo, tirando fuori il contenuto. Non riusciva a trattenere le lacrime.

La signora Agnese, però, non aveva dimenticato. Nel primo pomeriggio si presentò alla porta con aria trionfante. «Ah, eccovi qui, signori! Ve le siete ritrovate le vostre pesti? Hanno ridotto il cortile uno schifo e si sono portate via un randagio. Ho già chiamato l’accalappiacani per portarlo al canile, è una questione di igiene pubblica!» proclamò, cercando di sbirciare dentro casa. Sentendo la voce nemica, Pallino, che sonnecchiava sul divano, si mise a soffiare con una furia che nessuno gli aveva mai visto. Le bambine si strinsero attorno al gatto, mentre Marco si avvicinava alla porta.

«Signora, si calmi,» disse con voce ferma, bloccando l’accesso. «Il gatto non è un randagio. È mio. Me lo hanno regalato le mie figlie per il mio compleanno.» La signora Agnese spalancò la bocca, ma Marco continuò. «E la spazzatura l’hanno rovesciata apposta per salvare una vita che qualcuno aveva gettato via come un rifiuto. Quindi, se permette, il regalo me lo tengo. E adesso, buonasera.» Chiuse la porta con gentilezza, ma decisione.

Le bambine lo guardarono a bocca aperta. Poi Chiara corse ad abbracciarlo, trascinando le sorelle. «Sei il papà più forte del mondo,» sussurrò. Pallino, come per approvare, strofinò la testa contro le gambe di Marco.

Quella sera, finalmente, Elena rivelò il suo dono. Mentre le bambine giocavano con Pallino, Marco teneva tra le mani l’ecografia contenuta nella busta. «Tommaso o non Tommaso, non ha nessuna importanza. Basta che sia sano,» balbettò, baciando la fronte della moglie con gli occhi ancora brillanti. «Lo so, amore mio. E vedrai, Pallino sarà un ottimo angelo custode per tutti e quattro,» sorrise Elena.

Il giorno dopo, Marco comprò una cuccia nuova, la lettiera più bella e una ciotola con scritto “Pallino”. Seduto sul divano, con il gatto rosso in grembo che faceva le fusa come un trattore, guardava le sue tre figlie litigare sul nome da dare al fratellino. «Io direi Giulio, è elegante!» «No, dai, troppo serio. Meglio Leo!» In quel momento, Pallino aprì un occhio verde e allungò una zampa, come a voler mettere bocca. Marco scoppiò a ridere, accarezzandolo. Forse aveva sempre sognato un maschio per lanciare un pallone, ma ora capiva che i regali più belli sono quelli che non hai mai pensato di chiedere. E il miagolio di quel batuffolo tigrato, in fondo, era il suono più rilassante del mondo.

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