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La cena degli ottanta euro
La prima volta che ho visto Sandro Brambilla, stava litigando col fruttivendolo per trenta centesimi su un chilo di arance. Indossava un giubbotto da pesca scolorito e scarpe da ginnastica con un buco sul lato. Nessuno, guardandolo, avrebbe scommesso un caffè sul fatto che quell'uomo possedesse mezza dozzina di ristoranti a Milano e un cantiere nautico a Varazze.
Io facevo la cameriera al ristorante nuovo che aveva aperto a Brera. Sandro veniva tutti i martedì, ordinava sempre lo stesso piatto — risotto allo zafferano, senza preavviso, senza richieste strane. Lasciava quaranta euro di mancia anche quando il servizio era lento. In sala lo chiamavamo «il taciturno», perché non diceva mai più di cinque parole.
Poi un martedì arrivò con lei. Miriam. Avrà avuto trent'anni, capelli scuri raccolti in una coda alta, un vestito color crema che costava quanto due dei miei stipendi. Sandro le teneva la sedia, le versava il vino, rideva. In quattro anni non l'avevo mai visto così.
Lei parlava tutto il tempo. Di viaggi, di borse, di una casa al mare. Sandro ascoltava e annuiva come chi non crede alla propria fortuna. Si vedeva lontano un miglio che quell'uomo era innamorato fino all'osso.
Non sapevamo ancora che il vero spettacolo sarebbe iniziato dopo cena.
Il fatto è che Sandro aveva un socio. Anzi, due: la moglie e il suo personal trainer. Il tizio si chiamava Diego, lavorava in una palestra di Porta Romana, veniva a pranzo da noi due volte a settimana. Belloccio, abbronzato pure a gennaio, con quella parlantina sciolta che certe donne scambiano per charme. Quando lo vidi entrare insieme a Miriam una sera, non ci feci caso. Stavano a un tavolo d'angolo, parlavano a bassa voce. Poi lei allungò una mano e gli toccò il polso. Così, un gesto che non dovrebbe esistere tra una signora e il suo istruttore.
Io continuai a portare i piatti.
Tre settimane dopo, Sandro non si presentò il martedì. La settimana dopo neanche. Io chiesi a chi di dovere, mi risposero che era partito per un giro in barca. Fine della storia, pensai.
Poi lessi il giornale.
«Imprenditore disperso in mare davanti a Portofino. La moglie: “Gli piaceva bere sul ponte”». C'era una foto di Miriam con gli occhiali da sole e il foulard di seta, qualcuno la teneva per un gomito. Nel pezzo si diceva che le ricerche andavano avanti da due giorni, che il corpo non era stato trovato, che la vedova aveva chiesto riservatezza.
Io appesi il giornale in cucina. I miei colleghi non capirono. «Che te ne importa?», mi disse il caposala. Avrei voluto spiegargli del risotto, delle mance, di come Sandro non trattava mai male nessuno. Ma in una cucina affollata alle otto di sera non c'è spazio per i discorsi. Così lasciai perdere.
Una decina di giorni dopo, il mio turno finì tardi. Stavo attraversando il cortile sul retro per prendere la bici, quando vidi una figura seduta sui gradini del magazzino. Buio quasi totale, solo la lampada fioca del portone. L'uomo alzò lo sguardo.
Era Sandro.
Aveva perso un bel po' di chili, la barba lunga, un cerotto sul sopracciglio. Ma era lui. Vivo come me.
Mi sedetti sul gradino accanto senza chiedere niente. Dopo un po' disse: «Gradirei un caffè, se non è troppo disturbo». Con quella cortesia all'antica, come se fosse il martedì di sempre.
Glielo portai. E restammo lì, in silenzio, a guardare il gatto di un vicino che attraversava il cortile.
A poco a poco, a frammenti, mi raccontò tutto.
Era andato a fare un giro con la barca nuova, un cabinato di quattordici metri che teneva a Portofino. Miriam aveva insistito per accompagnarlo. Lui era felice. Lei non lo accompagnava mai più da un pezzo.
A metà strada tra San Fruttuoso e il largo, Sandro vide un'ombra uscire dal vano motore. Diego. Il personal trainer. Lì per lì pensò a uno scherzo, a una sorpresa di compleanno anticipata. Poi sentì il colpo alla testa, e il mondo gli scivolò via.
Si risvegliò con le caviglie avvolte in una catena fredda. L'ancora era lì accanto, pronta. Miriam stava in piedi a prua e guardava il telefono, come una che aspetta l'autobus.
«Perché?», disse Sandro.
Lei alzò il capo. «Perché aspettavo da anni che te ne andassi. E non lo facevi mai».
Nient'altro. Poi Diego spinse l'ancora fuori bordo e la catena strappò via Sandro dal ponte.
L'acqua di gennaio è una morsa. Sandro mi disse che il freddo gli gelò il respiro, ma che fu proprio quello a salvarlo. Da giovane faceva immersioni alla scuola sub di Camogli, e certi automatismi restano. La catena era fissata con un moschettone da pochi euro, di quelli che si aprono sotto carico. Sott'acqua, mentre l'ancora precipitava, il moschettone si sganciò da solo. Lui restò lì, a dieci metri di profondità, con le mani ancora legate da una fascetta di plastica.
Riuscì a spezzarla strofinandola contro lo spigolo del moschettone.
Poi risalì. Lento, con i polmoni in fiamme. Quando riemerse, la barca era già a un centinaio di metri. Nessuno lo vide. Ma la corrente era debole, e la costa non troppo lontana. Sandro nuotò per quasi un'ora. Lo raccolse un pescatore di Camogli che lo conosceva da vent'anni. Lo avvolse in una coperta termica senza dire una parola.
La prima cosa che Sandro fece sulla barca del pescatore fu chiedere: «Non chiamare nessuno. Non ancora».
Poi si fece portare in questura il mattino dopo.
Quello che la moglie non sapeva era che Sandro, dopo l'ennesima piccola sparizione di oggetti dalla barca, aveva fatto montare una telecamera nel tambucio. Il tecnico gliel'aveva garantita «invisibile come un sospiro». La telecamera non solo aveva ripreso il volto di Diego mentre si nascondeva nel vano motore, ma aveva registrato anche l'intera scena sul ponte: l'ancora, la catena, le urla. E le risate. Soprattutto le risate, dopo.
Quando i finanzieri andarono a prelevare Miriam, lei stava facendo le valigie. Aveva già messo in vendita la casa di via Montenapoleone. Nel frattempo era riuscita a spostare quattrocentottantamila euro su un conto intestato a una società fantasma. Peccato che quel bonifico fosse passato attraverso la banca del marito, e il direttore, uomo d'altri tempi, se l'era segnato su un'agenda di carta.
Non è il genere di dettaglio che uno invidia a una donna in fuga.
Diego lo presero alla stazione Centrale, con un biglietto per Napoli già convalidato. Aveva con sé una borsa da palestra piena di contanti e un passaporto scaduto. Non oppose resistenza. Disse solo: «L'ancora era sua idea».
Come se questo cambiasse qualcosa.
Io vidi Sandro un'ultima volta, un mese dopo. Venne al ristorante con una persona nuova, una signora della sua età con i capelli bianchi raccolti in una crocchia, che rideva forte e beveva vino bianco senza preoccuparsi del prezzo. Ordinò per tutti e due. Risotto per lui, tagliatelle al ragù per lei. Alla fine chiese il conto e lasciò una mancia di ottanta euro.
Il conto era di centoquaranta.
Prima di uscire, si voltò verso di me e fece con la mano un piccolo gesto, un cenno di riconoscenza. Non disse nulla. Non ce n'era bisogno.
Passai a pulire il suo tavolo. Sul tovagliolo aveva lasciato una penna. Sul retro dello scontrino c'era scritto a matita, con la sua calligrafia fitta: «La telecamera ha fatto il suo dovere. Anch'io».
Ho ancora quello scontrino, da qualche parte. La penna, invece, la uso ancora.
